Ora lo sappiamo, il Piave non mormorò solo agli italiani. Ieri, nelle trincee della Grande Guerra, una piccola orchestra ha narrato un’altra leggenda. Quella dei fanti austro-ungarici che si attestarono sul "fiume sacro" fino al novembre del '18 e al fiume dedicarono anch’essi una canzone. Uno spartito da caserma, fatto per ottoni e tamburi, con parole d’assalto. È il fratello sconosciuto dell’inno di E. A. Mario: la marcia del 106º battaglione ungherese, firmata anch’essa da un grande, Franz Lehar, autore della Vedova allegra, le cui note guerriere hanno dormito fino a pochi mesi fa negli archivi, e ieri sono state eseguite per la prima volta in pubblico, a due passi da Redipuglia. "Volate squadriglia guerriera! Ascolta, o magiaro, correr sull’acque un mormorio fremente, la tua vecchia sciabola è quella di Attila, svelta come il temporale!" Impettita, quasi funebre, Piave Indulò (la marcia del Piave) vola fra le trincee in un tramonto grigio percorso da colpi di bora, ma a suonarla non è una banda mitteleuropea scesa "con orgogliosa sicurezza" dalle valli del 1915. È un’orchestrina veneta, capitanata da uno studioso di storia e cabarettista, il professor Emilio Franzina. Un tiro messo a segno, con provocatorio tempismo, quando ancora sventolano le bandiere del 4 novembre per la vittoria sull’Austria, e l’eco delle fanfare non s’è spento dopo la parata presidenziale di Trieste. Cose che succedono a due passi dalla città italianissima, pronta a piangere per i bersaglieri, ma anche ad andare in visibilio per la marcia Radetzky, notoriamente composta per celebrare la sconfitta dei piemontesi nella prima guerra d’indipendenza. Troppo recente, troppo importante la memoria asburgica, per non lasciare il segno a Nordest. Pomeriggio per pochi intimi, quasi clandestino, quello orchestrato in fondo alla dolina detta "dei Cinquecento", un ospedale italiano da prima linea con ammesso cimitero dove furono trovati 500 scheletri e un’impressionante croce in pietra con la faccia di Cristo morente. Un posto teso, ventoso, spoglio, col confine sloveno a poche centinaia di metri che ricalca il fronte del 1917, dominato da un memoriale nuovo di zecca voluto da Lubiana - lì, di fronte a Redipuglia - per ricordare i difensori della frontiera proprio ora che la frontiera medesima cade con l’allargamento dell’Unione Europea. Attorno, ai posti di guardia, volontari in divisa storica, il tendone per il rancio messo su dalla locale Pro Loco, gli effetti speciali. Ma a portarti indietro nel tempo basta il freddo becco che sale dalla pianura, e il vento che frusta i microfoni con un rimbombo da cannoni lontani. La storia è tutta del 1918, dopo lo sfondamento di Caporetto. Il giovanissimo generale magiaro Anton Lehar, fratello di Franz, viene messo a capo del neo-costituito 106º battaglione degli "Honved" schierato sulla linea del Piave all’altezza di Oderzo. Le vettovaglie non arrivano, l’impero perde colpi, il morale della truppa è basso. Il reparto non ha nemmeno un inno, mancanza grave per la tradizione mitteleuropea. Racconta Paolo Pozzato, il segugio di cose militari che ha scoperto a Vienna la canzone, che a quel punto "Anton scrisse a Franz di fornirgli gli strumenti per mettere su una banda e, già che c’era, di scrivergli una marcia su testo ungherese". Lo spunto non era difficile da trovare: il 106º battaglione, nel suo battesimo del fuoco il 4 marzo, era stato l’unico a sfondare dalla parte italiana, ritirandosi senza perdite al di qua delle linee. Accadde così che dei due inni fratelli, quello austro-ungarico fu l’unico ad arrivare in trincea. La musica, più prussiana che danubiana, ebbe il suo effetto: il 106º, anziché squagliarsela con la sconfitta, seppe ripiegare in buon ordine e tornare armato fino a casa. La Leggenda del Piave italiana, invece, si limitò a suggellare la vittoria. Fu scritta a più riprese fra giugno e ottobre, poi gli eventi precipitarono e Giovanni Ermete Gaeta (cioè E. A. Mario) aggiunse la strofa finale a guerra finita, quando non serviva più al morale delle truppe. Ebbe in compenso vita successiva, quando fu rilanciato dalla propaganda fascista, che censurò la strofa su Caporetto, ma usò la canzone in una grande operazione di "revival" a scopo bellico. Quella che lo storico Mario Isnenghi ha etichettato "mito postumo" della Grande Guerra; quando si mobilitarono anche i morti dei sacrari, le piazze divennero parchi della rimembranza, e le conquiste furono ribattezzate "redenzioni". La banda attacca di nuovo, ed è ancora un Piave inedito. Di E. A. Mario, ma in inglese, in versione "Country". Finisce così: "The Piave whispered low: no passage here for strangers". La versione fu pubblicata a New York nel 1919 e ora, spiega Franzina, eseguirla così "non è solo un omaggio all’artista ma anche un modo per sdrammatizzare e rendere anteroico un testo che per troppo tempo venne usato a senso unico". Già, perché il Piave non è solo onore e gloria. L’orchestra racconta anche di un fiume rosso di sangue italiano, versato da altri italiani. È il Ponte de Priula, dove migliaia di fanti in rotta dopo Caporetto furono sommariamente fucilati dai Carabinieri. Parole terribili: "Ponte de Priula l’è un Piave streto / i copa chi che no ha 'l moschetto / Ponte de Priula l’è un Piave nero / tuta la grava l’è un cimitero". Musica struggente del Veneto profondo, di tradizione antichissima, con assonanze medievali, quasi gregoriane, ancora tutte da esplorare. La notte scende su un Carso giallo cenere, la banda attacca: "E ti morosa ciavete, che mi son già ciavà", una canzone del soldato trentino che parte per il fronte con divisa austriaca, intona Gorizia tu sii maledetta, Monfalcone macello della gioventù. Sono anni che l’incontenibile Franzina porta in giro spettacoli musicali sulla guerra. Celebre fu una sua lezione americana sull’emigrazione tenuta con la chitarra davanti a una platea di cattedratici spiazzati. "Il Piave, e con lui la Grande Guerra, fu uno degli ultimi eventi bellici a produrre canzoni e leggende. Gli uomini che la vissero e le sopravvissero riuscirono ancora a elaborarla nei suoi aspetti di coraggio e di merito. Oggi le guerre non producono più eroi, non si combattono più sul terreno, il concetto nobile del soldato è morto. Oggi è impensabile che l’Iraq produca qualcosa di simile alla Leggenda del Piave, una delle musiche più commoventi del mondo".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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