"Fine irreversibile di un’era" scrivono sul giornale locale ‟Davoser Zeitung”. Entro il 30 novembre chiuderà i battenti dopo oltre 140 anni di attività la Valbella, una delle più grandi case di cura a Davos. Famosa per i fanghi, i bagni di sole, le cure per l’asma, le allergie, le malattie polmonari e la tubercolosi. Ma soprattutto perché immortalata da La montagna incantata, il celebre romanzo di Thomas Mann. Sarà probabilmente il passaggio brusco nelle ultime ore dal sole autunnale al bianco ovattato della prima nevicata, oppure il silenzio opprimente su questa cittadina di vacanza resa spettrale dalla bassa stagione, con i ristoranti chiusi, gli alberghi deserti, le nuove insegne degli sport invernali già ben evidenti ma gli skilift e le funivie ancora fermi, eppure l’annuncio ha gettato su Davos un’atmosfera triste e crepuscolare. Forse in qualche modo simile a quella che voleva descrivere Mann quasi un secolo fa: la società sofferente, ma anche spensierata e morbosamente legata alla morte, dei sanatori di montagna come metafora dell’Europa decadente, ormai lanciata a capofitto nel macello della Prima guerra mondiale. Memorie del passato: l’ultimo dei luoghi resi celebri dai piccoli e grandi drammi vissuti dagli ospiti nella clinica Berghof, inventata da Mann sulla base delle sue esperienze a Davos, a fine mese cesserà ogni attività. Il futuro? Venduto a una catena di grandi alberghi, oppure ricostruito come ospedale avveniristico. Nulla di nuovo del resto. Nell’ultimo ventennio almeno una decina di cliniche nella regione ha dichiarato fallimento e le altre tre o quattro si stanno riconvertendo. Per motivi anagrafici non ci sono più da curare i soldati tedeschi sopravvissuti alle trincee del 1914-’18 o all’inverno russo nella Seconda guerra mondiale. Nel 1920 erano 80.000 i reduci tedeschi ammalati di tubercolosi, la metà sarebbe spirata entro pochi mesi. Il romanzo di Mann fu pubblicato nel 1924. Ben descrive l’ultimo viaggio dei morti d’inverno, nella notte trasportati a valle su una slitta da neve per non spaventare i clienti. Oggi mutue e assicurazioni hanno cessato di sovvenzionare i periodi di convalescenza fuori città. E la medicina moderna sa come sostituire l’aria ossigenata, secca e pura di Davos. "Abbiamo con noi ancora 20 pazienti. Nulla rispetto alle 200 stanze del sanatorio solo un ventennio fa e le 120 attuali. Comunque entro la settimana prossima se ne saranno andati tutti" dice mestamente il dottor Konrad Hartung, 63 anni, dal 1978 direttore del Valbella. Gli resta poco da fare. Ha tanto tempo da dedicare ai visitatori. I grandi corridoi immacolati sono assolutamente deserti. Le piscine di bagni caldi e gelati per curare artriti, reumatismi e le conseguenze delle ferite da fuoco restano desolatamente vuote. Appese ai muri antiche locandine pubblicitarie degli Anni Trenta. E i continui rimandi letterari alle vicende di Hans Castorp, il 23enne personaggio centrale descritto in modo molto autobiografico da Thomas Mann. "L’autore tedesco arrivò a Davos il 15 maggio 1912. Aveva 34 anni. Vi rimase sino al 12 giugno per assistere la moglie Katia, esaurita dopo 4 gravidanze e un inizio di broncopolmonite. Lei fu ospite per 6 mesi nella clinica che domina la valle dal versante opposto alla nostra (anche questa clinica dal 1957 è diventata un albergo, il Waldhotel Bellevue, ndr). Per tutto questo periodo Katia e Thomas non poterono incontrarsi, l’ingresso alla clinica era riservato ai pazienti per paura dei contagi. Lui rimase a Villa Am Stein, proprio di fronte alla clinica, dove in precedenza avevano soggiornato altri due autori celebri: Robert Louis Stevenson (inverno 1881-’82) e Sir Arthur Conan Doyle (primavera 1894). Si vedevano dal balcone. Nel libro racconta molto bene la tentazione di restare, di isolarsi dal mondo, sparire dalla vita quotidiana e dagli impegni. Castorp cedette alle lusinghe dei medici e alle illusioni dell’ipocondria. Doveva restare solo 3 settimane. Partì dopo 7 anni. Mann invece fuggì da Davos e tornò in pianura a scrivere il suo romanzo forse più celebre" spiega Hartung. Lui, come del resto gran parte dei locali, per La montagna incantata ha un vero culto. "Mann utilizzò la nostra clinica per descrivere gli esterni" dice indicando la collinetta alberata che ospita l’edificio molto anonimo. Negli Anni Cinquanta fu totalmente rinnovato e imbruttito dal governo tedesco per ospitare i propri reduci di guerra. Quello del 1912 era tutto diverso, sovrastato da una gigantesca cupola in zinco, i balconi a ogni camera sostenuti da colonne di pino dove gli ospiti facevano i bagni d’aria notte e giorno sulla celebre "davoser Liege", la sedia a sdraio in legno massiccio tipica di queste cliniche. "Gli interni del romanzo sono invece ambientati nell’hotel Bellevue" aggiunge. Conseguenze delle chiusure per la gente di Davos? Walter Baeni, reporter del ‟Davoser Zeitung” che segue il dramma dei dipendenti delle cliniche, non si lascia prendere da troppi sentimentalismi. "Occorre guardare avanti. Da tempo abbiamo cessato di essere un centro di cura. È vero che il fallimento della Valbella aggiungerà una cinquantina di disoccupati ai circa 400 che hanno perso il posto in altre cliniche negli ultimi tempi. Non è poco per una cittadina con 13.000 abitanti. Ma non mancano le richieste di lavoro in altri settori. Prima il turismo, poi quello legato ai servizi per l’organizzazione dei congressi internazionali. È in preparazione il prossimo World Economic Forum".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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