Il clima nella regione artica si scalda in fretta, due volte più in fretta che sull'insieme del pianeta: è un cambiamento di clima che ha conseguenze già visibili e nefaste nell'oceano Artico e le terre che vi si affacciano, e suona un allarme per l'intero globo. Questo afferma un rapporto scientifico che doveva restare riservato fino a dopo le elezioni presidenziali negli Stati uniti. Si tratta dell'Arctic Climate Impact Assessment ("Valutazione dell'impatto del clima nell'Artico"), lavoro commissionato dal Consiglio dell'Artico, ovvero l'organizzazione multilaterale delle nazioni affacciate sull'oceano ghiacciato che ricopre (ancora per poco) il polo nord del pianeta: Canada, Danimarca, Finlandia, Svezia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti e il Nunavut, o nazione Inuit. Al rapporto, 144 pagine, hanno lavorato negli ultimi 4 anni quasi trecento scienziati di numerosi paesi con anche il contributo di anziani delle popolazioni native delle terre artiche, gli Inuit.
Afferma che "nei prossimi cento anni il cambiamento del clima è previsto accelerare, e contribuirà a drastici cambiamenti fisici, ecologici, sociali ed economici, molti dei quali sono già cominciati". Aggiunge che "il fattore dominante" di questo cambiamento sono le le emissioni di gas di serra generate da attività umane (dai combustibili fossili usati per produrre energia, far correre le automobili, far funzionare le industrie): sono queste che riscaldano l'atmosfera terrestre.
Questo rapporto sarà reso noto ufficialmente il 9 novembre a Reykjavik, Islanda, al prossimo vertice del Consiglio artico. Per la verità è pronto da qualche tempo: qualche anticipazione era circolata un paio di mesi fa. Su pressione di Washington però fu deciso di lasciarlo aspettare fino a dopo le elezioni presidenziali, e il motivo è chiaro: non mettere in imbarazzo George W. Bush, il presidente che ha fatto uscire gli Stati uniti dal Protocollo di Kyoto, ovvero l'unico trattato internazionale che perlomeno comincia a costringere i paesi industrializzati a tagliare le loro emissioni di gas di serra. E però ecco che il rapporto sull'Artico torna sulla stampa internazionale: questa volta perché il ‟New York Times” e il ‟Washington Post” sono riusciti a procurarselo (pare da fonti europee, dice l’”Interpress service” ) e ne hanno riferito nel week-end. Se questo avrà avuto un impatto sulla scelta degli elettori americani è difficile dire: ma il silenzio è rotto, e per la seconda volta.
Il fatto è che non si discute più di rischi futuri ma presenti. Quel rapporto descrive effetti devastanti del riscaldamento del clima sull'Artico, dallo scioglimento del permafrost (lo strato di terra perennemente ghiacciata nelle tundre polari) all'assottigliarsi del ghiaccio polare (d'estate potrebbe scomparite del tutto da qui a 70 anni). Le popolazioni della regione ne subiscono il primo impatto diretto: rischiano l'estinzione mammiferi marini come l'orso polare, il tricheco e diverse foche. Tutto ciò che ha costituito la vita dei nativi Inuit scompare. Certo, lo scioglimento dei ghiacci renderà praticabili vie di navicazione polari e accessibili riserve di petrolio e gas nella regione artica. Ma contribuirà anche ad accelerare ulteriormente il riscaldamento terrestre, perché il ghiaccio riflette gran parte dei raggi solari che invece saranno assorbiti. E poi farà salire il livello dei mari: fino a sommergere isole tropicali e coste basse, e mettere in pericolo la corrente del golfo che oggi tempera il clima in Europa. Il riscaldamento del clima al polo ha un impatto globale.
Il rapporto al Consiglio dell'Artico è un documento scientifico, delinea le conseguenze del riscaldamento del clima. Non suggerisce politiche: dice però che è urgente tagliare le emissioni di gas di serra.
Il prossimo inquilino della Casa Bianca non potrà ignorare a lungo il problema del clima. Ormai il protocollo di Kyoto sta per entrare in vigore anche senza Washington: il fattore decisivo è stato la ratifica della Russia. Poca cosa, servono misure più drastiche, ma bisogna pur cominciare.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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