Enrico Mentana, ma lei dal Tg5 è stato cacciato o no?
Il verbo cacciare implica il mandar via. Diciamo piuttosto che sono stato rimosso.

Che vuol dire?
Con chiarezza: l’azienda non mi ha chiesto se volevo lasciare il Tg5. L’azienda mi ha detto: lascia il Tg5, il tempo è finito. Non voglio che si cerchi di far passare questa vicenda come una separazione consensuale. Non è giusto.

Ma lei comunque non vuole dire che l’hanno cacciata perché, alla fine, è rimasto per fare il direttore editoriale...
Esattamente.

E perché è rimasto?
Non volevo fare il martire. Sarebbe successo così se avessi portato fino alla fine lo strappo.

Non le piaceva il ruolo di martire?
Non mi sembrava giusto.

Per chi?
Per l’azienda. Questo è certamente il momento più difficile del mio rapporto con questa azienda, ma non volevo e non potevo dimenticare che questa è stata l’azienda che per tredici anni mi ha dato una grande libertà. Mi ha permesso di fare il direttore plenipotenziario del Tg5.

Ma allora cosa è successo? Forse il tempo di cambiarla era arrivato sul serio...
E queste sarebbero normali regole della nostra professione: un direttore di un giornale è rinnovabile a discrezione dell’editore. Ma allora perché il mio editore continua a ripetere che non sono stato rimosso bensì promosso?.

Tredici anni sono tanti per un direttore...
Non per Mediaset. Non funziona così per le altre colonne informative, da Emilio Fede a Maurizio Costanzo. E allora perché decidere di cambiare proprio il direttore del telegiornale che, in assoluto, è il prodotto che fa i dati di ascolto più alti in tutta Mediaset?.

Già, cercavamo di capire proprio questo. Perché?
C’è un’unica "pista" da seguire per la mia rimozione, quella politica. È passato più di un anno da quando Fedele Confalonieri, il presidente che per un decennio aveva vegliato sulla mia autonomia, mi ha chiesto per la prima volta di lasciare il Tg5. Mi hanno offerto molte cose purché io lasciassi il Tg5. È stato Piersilvio che mi ha difeso, che in questo anno è riuscito a prolungare la mia direzione.

Piersilvio Berlusconi?
Già.

Ma allora di quale pista politica stiamo parlando?
Piersilvio Berlusconi ha a cuore i risultati dei programmi: tra un telegiornale "più ortodosso" e uno che faceva più ascolti ha sempre preferito gli ascolti. È riuscito a difendermi finché ha potuto. Finché c’è stato bisogno di un telegiornale fiore all’occhiello, che con la sua credibilità ed indipendenza garantisse l’immagine di autonomia di Mediaset dalla figura politica di Berlusconi. Poi è cambiato qualcosa.

Che cosa è cambiato?
È stata approvata la legge Gasparri.

E dunque?
Non c’è stato più bisogno di un telegiornale per tutelare i confini di Mediaset.

Ma se pensa tutto questo, allora perché ha accettato di rimanere a Mediaset? C’è per caso qualche clausola che la lega ancora all’azienda?
Nessuna clausola. Potrei andarmene quando voglio e, anzi, in questi giorni ho ricevuto offerte lusinghiere anche da quotidiani oltre che da tv. Rimango qui perché è solo da dentro che spero di poter riuscire a mantenere la barra dritta.

Barra dritta?
Sì. Cercare di mantenere equilibri. Evitare che si possa considerare che esista qualcuno che ha sempre ragione e del quale non si può mai parlare male.

E tutto questo si può fare facendo il direttore editoriale?
Lo spero. E ci proverò.

Come?
Vorrei cominciare partendo da una campagna di sensibilizzazione dell’azienda sui temi dell’informazione.

Ovvero?
Faccio un esempio per farmi capire. Ben pochi sanno, per via della discrezione del personaggio, che Toni Capuozzo si è dimesso dal suo ruolo di responsabile del settimanale ‟Terra”. Lo ha fatto in silenzio, amareggiato perché uno speciale sull’anniversario dei nostri morti di Nassiriya non è andato in onda. Lo aveva realizzato mettendoci impegno, emozioni, sentimento, fatica, ricordi personali.

E perché non è andato in onda?
Non ha trovato spazio tra il Grande Fratello e il film pensato come contro-programma dell’Isola dei Famosi. Non ha trovato spazio perché manca una sensibilità su questi temi, sull’informazione. Ecco cosa spero di poter fare da dentro, rimanendo nella catena di comando.

Dovrà anche avere a che fare con gli altri direttori dei telegiornali, a cominciare da Emilio Fede...
Cercherò di averne a che fare con l’unica consapevolezza necessaria in un ruolo come sarà il mio prossimo: non considerare questi direttori dei sottoposti.

È convinto di farcela?
Qualcuno mi dice che farò come don Chisciotte contro i mulini a vento. Io spero di no. Altrimenti....

Altrimenti?
Me ne vado sul serio.
Alessandra Arachi

Alessandra Arachi

Alessandra Arachi, nata a Roma nel 1964, giornalista al “Corriere della Sera”, con Feltrinelli ha pubblicato: Briciole. Storia di un’anoressia (1994), da cui è stato tratto l’omonimo film per tv con la regia di Ilaria Cirino (2004), Leoncavallo blues (1995), Unico indizio: la normalità. L’Italia a sud dell’Italia (1997), Coriandoli nel deserto (2012). Ha pubblicato inoltre Non più briciole (Longanesi 2015), Lunatica. Storia di una mente bipolare (Rizzoli, 2006) e il romanzo E se incontrassi un uomo perbene? (Sonzogno, 2007).

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