Da ieri la comunità internazionale e i Paesi arabi sono più uniti nel sostegno al processo di transizione verso le elezioni in Iraq. Non ci sono stati ripensamenti all’ultimo minuto. E al mega-summit di 24 ore qui tra i grandi alberghi per turisti sulla punta del Sinai nessuno si è tirato indietro nel votare il comunicato finale che era stato faticosamente elaborato nelle ultime settimane. Nonostante le critiche di molti contro le operazioni militari americane a Falluja - comprese quelle velate del segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, e le più esplicite del ministro degli Esteri siriano Farouk Al-Shara - si è deciso di approvare il progetto del governo provvisorio di Iyad Allawi per le elezioni generali del 30 gennaio 2005. Un consenso davvero massiccio: comprende i Paesi del G8, Cina, Russia, i sei Stati confinanti con l’Iraq, la Lega Araba, l’Unione Europea, l’Onu e l’Organizzazione per la Conferenza Islamica. Vittoria tinta di nostalgia per Colin Powell, che da segretario di Stato dimissionario porta a George Bush la prospettiva di un rilancio del processo politico in Iraq agli albori del nuovo mandato presidenziale a cui lui non parteciperà. Soprattutto un trionfo per il governo transitorio a Bagdad. Ieri il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari ha giocato la parte del leone, tanto da permettersi di rifiutare l’offerta del Bahrein per ospitare una conferenza di riconciliazione nazionale irachena e invece lavorare per la stipulazione di accordi con i Paesi limitrofi per il controllo delle frontiere. Persino il ministro degli Esteri francese, Michel Barnier, a una conferenza stampa separata ha insistito più sul desiderio del governo di Parigi "di contribuire alla normalizzazione dell’Iraq", che non sulle consuete critiche contro "l’unilateralismo" americano. Siria, Iran, Egitto, Lega Araba non hanno mancato di rimarcare la necessità di impegnarsi per la "risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, quale premessa indispensabile alla pacificazione dell’intero Medio Oriente". Non a caso in prima mattinata Powell aveva riunito i rappresentanti del cosiddetto "Quartetto" (Onu, Usa, Russia, Ue) per discutere delle elezioni palestinesi previste per il 9 gennaio. Ma alla fine ha prevalso l’idea per cui occorre impegnarsi in parallelo e subito per il successo di quelle irachene. A leggere il documento approvato non si trovano dunque variazioni di rilievo rispetto alle bozze circolate negli ultimi giorni. Vi si ribadisce la necessità di un "ruolo portante dell’Onu in termini di consigli e sostegno al processo elettorale, incluso la recente decisione di aumentare il personale esperto in Iraq". Non manca un appello contro "l’uso eccessivo della forza contro i civili". E soprattutto si richiama la risoluzione 1546 del Consiglio di Sicurezza, che già lo scorso giugno implicava la necessità di porre un termine alla presenza del contingente militare multinazionale guidato dagli Stati Uniti. Ma anche ieri non è stata definita alcuna data precisa per il suo ritiro.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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