Le migrazioni non sono né onde né flussi, come è comune definirle nella brutta terminologia demografica che ha finito, intenzionalmente o no, per nutrire la paranoia nei confronti degli stranieri. Sono invece il risultato di centinaia di migliaia di tragitti individuali, alimentati dalla necessità, dalle sofferenze e dalla speranza. Tragitti che ovviamente si svolgono tra società e anche culture diverse, ma il cui soggetto, il migrante, si confronta con un destino individuale, che condivide con gruppi, reti e nazionalità di appartenenza. Soli e socialmente deboli come tutti gli individui, i migranti non ottengono però alcun riconoscimento della loro individualità. Dal punto di vista della nostra società, essi non sono che numeri temuti, problemi sociali o semplici passaporti da rimandare al mittente. Tutt'al più, e a denti stretti, sono ammissibili come risorse economiche, cioè lavoro a basso costo. È bene partire da queste considerazioni elementari, se vogliamo porre il problema di un'affermazione sostanziale dei loro diritti. Fino a oggi (a partire dai primi anni novanta), la questione dei migranti è stata affrontata per lo più come risposta a emergenze largamente prodotte dal sistema politico-mediale, affare sociale (gestito in gran parte dal volontariato) o problema criminale affidato ai questori. Di fronte a un'"offerta" di lavoro largamente sottopagato, sommerso e marginale si erge l'istituzione dei Cpt, che svolgono una doppia funzione, pratica e simbolica: filtrare i migranti più deboli e ricordare a tutti gli altri che la sola alternativa alla subordinazione è la detenzione (e poi l'espulsione).
Nel caso dei Cpt non si tratta solo di una patente violazione dei diritti umani. I Cpt esprimono infatti una politica complessiva etutto sommato nazionale. In questo senso è vero che la Bossi-Fini aggrava radicalmente la parte peggiore della Turco-Napolitano, comminando sino a due mesi di detenzione illegale per i "clandestini", gli irregolari o semplicemente gli sfortunati che incappano nelle attenzioni delle forze di polizia. Ma la strada è stata tracciata nel 1998, quando si è voluto distinguere tra immigrati buoni e cattivi, quando non si è approntata alcuna norma sul diritto di asilo, quando ci si è limitati a mere formule paternalistiche, culturaliste o assistenzialistiche sull'integrazione degli stranieri.
Credo quindi che le numerose associazioni anti-razziste e di sostegno ai migranti (che daranno vita alla prossima manifestazione nazionale) abbiano fatto benissimo a porre come prioritaria la questione dei Cpt. Abolirli è una richiesta minima di civiltà, una porta necessaria da cui potrà partire la lotta per la piena parità giuridica e politica dei migranti (ma non illudiamoci che un eventuale governo "amico" sarà necessariamente sensibile su questo punto, almeno senza mobilitazioni ripetute).
Anni fa, porre il problema politico delle migrazioni sembrava un pericoloso salto in avanti. Molti erano abbacinati dalla diversità e inclini a tradurre il problema degli stranieri in chiave di "tolleranza" o riconoscimento delle loro esigenze culturali. Pur non trascurando quest'ultimo aspetto, sappiamo che la retorica multiculturale, molto amata e non solo a destra, è del tutto compatibile con la politica della clandestinità, delle detenzioni e dello sfruttamento. Così, il movimento anti-razzista è chiamato non solo a battersi contro le violazioni più grossolane dei diritti umani, ma a porre il problema teorico e politico dell'uguaglianza degli stranieri nelle nostre società inospitali e ingiuste.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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