C’è già un freddo tagliente nel primo pomeriggio, in Claraplatz, poco lontano dal ponte sul Reno. Gli addetti del comune montano le luminarie di Natale sui pali, sui tigli e sulle facciate dei palazzi, mentre i tram verdi vanno e vengono silenziosi, i chioschi fumanti di caldarroste, Heissi Marroni, funzionano a pieno regime e i ragazzi allestiscono banchetti con torte di carote fatte in casa per raccogliere così qualche franco per la gita scolastica. Guglielmo Bibione ha 15 anni ed esibisce una tuta azzurra della Nazionale italiana. Suo padre arrivò qui bambino da Ciminna, provincia di Palermo, e ora, dice Guglielmo, "lavora in una firma inglese di medicamenti". Firma è tedesco e significa azienda. Sua madre è spagnola e lui dice di sentirsi prima svizzero, poi spagnolo e infine italiano. Pur essendo nato a Basilea, ha un passaporto tricolore. I ragazzi come Guglielmo in Svizzera li chiamano i "terceros" e i loro genitori sono i "secondos", gli immigrati di seconda generazione. Quelli che il primo maggio 2002 furono ingiustamente accusati di aver fomentato gli scontri con la polizia a Zurigo. E da allora si sono uniti con gli spagnoli e si sono organizzati in un’associazione con il preciso obiettivo di far valere i loro diritti (anche politici). I "secondos" italiani sono quasi 170 mila nella Confederazione, lavorano, parlano benissimo lo Schwitzertütsch (le varianti elvetiche del tedesco) e il romando (la variante elvetica del francese), e se non vivono in Ticino, conoscono la nostra lingua da stranieri. Per lo più sono nati in Svizzera ma per ottenere la cittadinanza devono superare esami di lingua, di educazione civica, di geografia, sborsare l’equivalente di due stipendi, giurare fedeltà a Guglielmo Tell e ai suoi discendenti. L’ultimo referendum per facilitare le naturalizzazioni degli immigrati, in settembre, è fallito. Così, i "secondos" rimangono "secondos" e basta: né svizzeri né veri italiani né immigrati né stranieri a tutti gli effetti, perché avendo frequentato le scuole sul suolo elvetico, sono perfettamente integrati. In ottobre è nata pure una lista, Second@s Plus, che si è presentata alle legislative di Zurigo. Il pallone rossocrociato. Guglielmo si chiama Guglielmo come l’eroico arciere medievale. Palleggia sul marciapiede di Claraplatz con un bel pallone rossocrociato. Gli piace la tv italiana, segue il nostro campionato, ha visto il Colosseo e Milano. Sorride e passa il pallone alla sua compagna di classe, Sofia Todaro, padre sardo, madre spagnola anche lei. Le insegne dell’UBS ci guardano dall’alto mentre un odore di salsicce si infiltra nelle giacche a vento e nei cappotti. "Ora i figli vanno crescendo... e noi non sappiamo che futuro si disegnano", dice a un amico un anziano signore con una gran pancia e due baffoni grigi e spioventi. Un "primero", probabilmente. Incontrare i "primeros" in pensione non è difficile. Basta salire al quarto piano del grande magazzino Manor, Kafee und Restaurant. Li trovi seduti a bere cappuccini tutta schiuma. Raccontano storie di partenze remote. Speranza Giuseppe, partì da Potenza nel 1961: "Per gli svizzeri ero l’uomo della valigia, un miserabile. Non posso dire che mi hanno accolto, sopportato sì. Ma ho dovuto lavorare, lavorare e lavorare. C’era Schwarzenbach che diceva: zingari di qua, zingari di là, ci voleva mandare via. Paese che vai, campana che trovi". Del-Pin Giuseppino arrivò nel ‘60 dal Friuli, via Francia, muratore, poi capocantiere. Stravede per il Milan e per Berlusconi. Qualche mese fa ha conosciuto Facchetti e porta in tasca una sua foto. Dice: "Ho fatto già testamento. Se muoio al mio paese, in Friuli, devono portarmi qua, dove ho avuto tutto quello che volevo. Mio figlio invece è ancora drogato dell’Italia". Nocera Angelo, calabrese, barbiere per una vita: "Noi siamo rimasti italiani e qui non siamo al nostro posto, la generazione dei nostri figli invece ha trovato la strada facile, perché tutti sanno che la Svizzera l’hanno fatta i loro padri ferraioli, carpentieri, muratori". Saluta gli amici che si allontanano. Fidersèen, fidersèen, ciao. Trupia Michele aveva 15 anni nel ‘61, quando è arrivato. Come presidente dell’Associazione siciliani organizza gite culturali "per far conoscere l’Italia ai nostri figli" e vorrebbe che le autorità di Basilea mettessero a disposizione dei vecchi immigrati italiani una casa di riposo apposta per loro, "come quelle che hanno gli ebrei". Parla dell’"orgoglio di sentirsi italiani": "Anche i giovani lo manifestano a voce alta, nel modo di vestirsi e di parlare, quando si incontrano hanno preso il vizio di mescolare parole svizzere e italiane. I turchi per sentirsi più integrati imitano il look degli italiani, perché sanno che piace agli svizzeri".
La casa di riposo. Se nel primo pomeriggio passi all’Associazione Regionale Umbra, dove si ritrovano i "primeros" per giocare a ramino o a briscola, senti parlare dialetti che in Italia non si parlano più, tra boccali di birra Feldschlosschen, espressi, bicchieri di Chianti. Tutto l’opposto dei "secondos". Tra i "primeros" e i "secondos" sembrano passate tre o quattro generazioni, invece sono genitori e figli. L’appartamento di Massimo Carluccio e Daniela Biondo si trova al primo piano di una casetta anni ‘50, nella periferia ovest della città, dove la sera puoi imbatterti in due giovanotti come tanti che ti mostrano la tessera della Polizei, ti chiedono i documenti e con una pila ti perlustrano lo zaino. Così, tanto per gradire. Daniela e Massimo hanno due figli, Eliano, 10 anni, Enea, 6. "In tutto basilesi", precisa Massimo. Psicologo, 39 anni, nato in Svizzera come sua moglie, e come sua moglie ha un passaporto italiano. I suoi genitori, in pensione, dividono l’anno in due: una parte qui, una parte al paese, Castelbottaccio, in Molise. Stanze piccole e soffitti bassi, mobili stile Ikea, pareti chiare, divanetti sobri, ficus benjamina ovunque. Niente di tipicamente italiano. Solo una macchina da caffè Lavazza in cucina. Massimo lavora nel management di un’assicurazione. Nessun problema e si vede. Solo qualche fastidio: "L’anno scorso, quando hanno eletto Blocher, che è un ausländerfeindlich, ero a Heidelberg, ho telefonato a Daniela e le ho detto: basta, prepara le carte, ci facciamo svizzeri...". Ausl... significa nemico degli stranieri. Così sono partite le pratiche.
Mister Latte Macchiato. Identità divisa? Ambivalenza? Neanche a parlarne: "Mi sento talmente integrato da definirmi un basilese italiano, ein italienischer Basler, seguiamo i riti e la cultura svizzera con emozione, né Dante né Garibaldi, ma la festa nazionale del Primo agosto e il Carnevale". Allora, svizzero? "No, mi sento una nuova cosa, mi sono guadagnato a poco a poco la mia identificazione: ho sempre saputo di non essere italiano né svizzero ma qualcos’altro. Che è una bella risorsa, però con la sensazione di essere sempre percepito come un estraneo". Un tempo gli amici lo chiamavano tschinkeli ("cinque": gli italiani venivano identificati come giocatori di morra). Oggi in ufficio lo chiamano Mister Latte Macchiato o Mister Espresso, perché dietro la scrivania ha una bella Cimbali italiana. "Mi piace mettere in evidenza la mia diversità. Porto le scarpe marroni, parlo con parole italiane e vesto italiano. Mi piace sentirmi dire: ah, voi italiani... Lo faccio apposta". Ride. Fino al matrimonio si sentiva molisano, anzi castelbottaccese: "Durante l’adolescenza è un continuo rispondere alla domanda: chi sono? dove mi trovo? Non una battaglia per l’integrazione ma per la sopravvivenza: il dover essere te stesso, il volerlo essere, dover rispettare la famiglia, la società svizzera anzi basilese eccetera. Non è facile... In Italia sei svizzero, in Svizzera sei italiano...". Daniela guarda suo marito con un sorriso interrogativo. Non vuole saperne di discorsi troppo complicati: "Io mi sento svizzera e basta". Italia significa Villorba una volta l’anno, provincia di Treviso, per andare a trovare i genitori, che sono rientrati al paese da un paio d’anni. Con qualche eccezione se capita che ci sia una partita di calcio interessante. Per esempio, lo scorso agosto, a San Siro: Inter-Basilea. È andata a Milano. Con le bandiere rossoblù, ovviamente.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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