Banca Intesa ha deciso di uscire dal gruppo dei finanziatori dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, o Btc, che collega la regione del mar Caspio con il Mediterraneo. Così apprendiamo da un articolo del giornalista investigativo Michael Gillad sul sito spinwatch , e ieri anche dal ‟Financial Times”. La conferma ci viene dalla stessa banca: Intesa ha già ceduto una parte della sua quota nel finanziamento del Btc e sta trattando per cedere l'intera sua partecipazione (che ammonta a 60 milioni di dollari). Il quotidiano finanziario britannico afferma che Intesa ha già ceduto un terzo della sua quota e che la vendita è stata in perdita, ma sulle cifre la banca non conferma, né rivela a chi ha venduto o chi siano le parti in trattativa. Resta il fatto: la maggiore banca italiana sta uscendo da uno dei progetti più controversi degli ultimi anni, allarmata dalle sue implicazioni geostrategiche e ambientali, dall'aumento dei costi e dalle molte polemiche che lo circondano. Non ultima un'indagine condotta dal parlamento britannico sull'operato di British Petroleum (Bp), capofila del progetto. Il progetto Btc è in ballo dal 1994. L'importanza strategica è evidente: permetterà di trasferire il petrolio della regione del Caspio (tra le maggiori riserve al mondo) al mediterraneo, da Baku (Azerbaijan) a Ceyhan (Turchia) passando per la Georgia (Tbilisi) ma tagliando via la Russia e altre vie di export attraverso l'Iran (c'è chi l'ha definito un tentativo di ridisegnare la mappa del Caucaso in funzione anti-russa). Sul percorso del Btc però ci sono zone di grande instabilità: dal Kurdistan turco a zone di movimenti separatisti della Cecenia, all'enclave armeno del Nagorno-Karabakh. L'oleodotto potrebbe essere l'obiettivo di sabotaggi e attacchi terroristici. Per questo è in gran parte interrato e le stazioni di pompaggio sono difese come fortini: Natig Aliyev, presidente dell'ente petrolifero di stato dell'Azerbaijan, ha detto che 170 milioni di dollari sono già stati spesi per la sicurezza. In Georgia le Forze speciali Usa stanno addestrando tra 1.500 e 2.000 soldati georgiani in tecniche antiterrorismo allo scopo di difendere il Btc (definito dal segretario all'energia Usa, Spencer Abraham, «una delle più importanti imprese energetiche dal punto di vista americano»).
Il consorzio Btc Co. è gestito da Bp e dall'ente petrolifero azero. Il costo totale ammontava a 3,6 miliardi di dollari, ma la settimana scorsa il presidente dell'ente azero ha detto che i ritardi nella costruzione faranno salire il conto a 4 miliardi. Bp sostiene che nel secondo quadrimestre del 2005 l'oleodotto sarà operativo, ma ExxonMobil, che opera sul Caspio, dice che non prevede di trasferire il greggio via Btc prima del 2010. Per Bp ora cominciano i problemi, tecnici e politici. C'è la storia dei materiali usati come sigillanti nella sezione georgiana dell'oleodotto: stanno già cedendo. Ora poi il parlamento britannico ha acquisito il rapporto preparato su commissione di Bp da un esperto chimico, Derek Mortimore: già nel novembre 2002 avvertiva che quel materiale sigillante era inadeguato, non avrebbe mai protetto l'oleodotto sotterraneo per i 40 anni di vita prevista - ora aggiunge che «Bp sta sotterrando migliaia di bombe ambientali a orologeria». L'avvertimento fu ignorato da Bp: se pubblico avrebbe ostacolato la raccolta di crediti. Già, perché nel 2003 Bp si è assicurata un finanziamento per 2,6 miliardi di dollari da un consorzio di agenzie multilaterali (tra cui la Banca Mondiale), agenzie di assicurazione al credito di ben 7 paesi tra cui la britannica Ecgd (ora al centro di molte polemiche) e l'italiana Sace, e un consorzio di 15 banche commerciali: tra cui Intesa. Che ora cerca di uscirne.
«Con questa decisione Banca Intesa dimostra di prendere sul serio le preoccupazioni della società civile», ha commentato ieri Andrea Baranes della Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crmb), che ha promosso la campagna «MancaIntesa». Restano dentro però la San Paolo-Imi, e poi la Sace: dovrebbe almeno rivedere il progetto, dice Antonio Tricarico della Crbm - non è forse un ente sotto controllo pubblico?
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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