Nella capitale iraniana circolava una battuta: «Conosci un altro paese dove il presidente della repubblica è il capo dell'opposizione?». Tale era l'Iran quando il presidente Mohammad Khatami, eletto con una valanga di consensi nel 1996 e rieletto nel 2000, guidava un governo che prometteva riforme democratiche, sostenuto da grande entusiasmo popolare, da studenti e «sinistra islamica», e nel suo secondo mandato anche da un parlamento simpatetico: mentre era ostacolato dai poteri forti dello stato, a cominciare da magistratura, apparati di sicurezza e tv. Ormai, neppure quella battuta è realistica: il governo Khatami è boicottato da un parlamento dominato dai conservatori, indebolito da sfiducie e dimissioni, delegittimato a ogni occasione. Un governo assediato. La stessa anomalia di un governo «d'opposizione» avrà presto fine: il mandato di Khatami è vicino al termine e tra sei mesi gli iraniani andranno alle urne per eleggere un successore. E questa volta nessuno scommette su una nuova presidenza «riformista». «I conservatori hanno creato un blocco nell'atmosfera politica: vogliono l'uniformità del potere», dice Mashallah Shams-ol-Vaisin, un signore a metà della quarantina che incontro nella sede dell'Associazione dei giornalisti iraniani, un modesto edificio nel centro di Tehran. Shams-ol-Vaisin ne è vicepresidente; è stato il direttore del primo giornale indipendente nato nel 1997, dopo l'elezione di Khatami: si chiamava ‟Jame'e”, «Società», e benché chiuso pochi mesi dopo ha inaugurato un'era di giornali indipendenti che hanno nutrito la critica al regime. «I conservatori hanno tirato le conseguenze dell'elezione di Khatami otto anni fa, e stavolta non vogliono imprevisti: hanno bloccato le vie di accesso alle alte cariche. Non vogliono candidature maturate al di fuori dell'establishment. Non sarà un'elezione democratica come nel `96». I conservatori, dice, si preparano a bocciare le candidature indipendenti proprio come alle ultime legislative.

I detenuti di internet.
Un segno di «atmosfera bloccata» è il controllo sui media. Nella palazzina dell'Associazione dei giornalisti in questi giorni si incontrano i «parenti dei detenuti di internet», un gruppetto di fratelli, mogli e mariti della ventina di persone arrestate tra settembre e ottobre (qualcuno è stato rilasciato negli ultimi giorni, altri restano detenuti in luoghi ignoti: quelle che qui chiamano «carceri parallele» gestite da corpi di sicurezza speciali). Sono persone che scrivono su siti web di notizie o tengono web-log (o blog ) personali, rifugio dell'informazione indipendente: dall'estate scorsa, per la prima volta dal `97, nelle edicole non ci sono giornali esplicitamente riformisti; i siti web ufficiali dei partiti riformisti sono stati chiusi e le testate indipendenti per sopravvivere hanno imparato a non varcare la linea rossa tra notizie ammesse e non. Ad esempio, nessuno darà notizia di arresti o della chiusura di siti web, salvo riprende dispacci dell'agenzia di stampa ufficiale (Irna) o di quelle ufficiose (Isna, l'agenzia studentesca, e Ilna, del lavoro). «Anche i media stranieri, però, riprendono queste notizie, poi cercano di contattare gli interessati e diffondono tutti i dettagli raccolti. Così, i media stranieri qui hanno sempre più ascolto», dice l'avvocato Mohammad Seyfzadeh, coinvolto nella difesa dei giornalisti internet.
Bel paradosso: con la censura dei media iraniani, il regime ha aumentato l'audience di quelli stranieri, in lingue straniere o in farsi, che siano le tv captate via satellite (cosa ormai assai comune in tutte le città iraniane) o i giornali guardati su internet. Lo scarto tra informazione ufficiale e dibattito pubblico è vistoso, e non solo nelle grandi città. Nelle strade e nei caffé - o suoi blog - si parla con relativa libertà, ma quando il Politecnico di Tehran ha organizzato una conferenza pubblica in cui hanno preso la parola due esponenti politici riformisti, alla fine di ottobre, il rettore della facoltà è stato picchiato selvaggiamente da un gruppo di miliziani islamici: diversi esponenti del potere hanno espresso blande condanne che suonavano assolutorie («quella conferenza aveva offeso gli animi»). E' una repressione mirata: gli arresti di giornalisti e web-loggers, dice l'avvocato Seyfzadeh, sono per intimidire: i prossimi sono gli attivisti di organizzazioni non governative, sigla sotto cui va ogni espressione organizzata della società civile, o i difensori dei diritti umani. «Hanno creato un'atmosfera di minaccia, gli attivisti vivono aspettandosi l'arresto da un giorno all'altro». A lui, che è anche nella difesa della giornalista iraniano-canadese Zahra Kazemi, pochi giorni fa è stato tolto il passaporto.
In questa «atmosfera bloccata», il movimento riformista fatica a esprimere un candidato alle elezioni presidenziali. Il Fronte islamico della partecipazione, o Mosharekat, maggiore partito riformista guidato da Mohammad Reza Khatami (ex vicepresidente del parlamento e fratello del presidente della repubblica), aveva tentato la carta di Mir-Hussein Musavi, esponente della «sinistra islamica» che fu premier nei primi anni Ottanta durante la guerra con l'Iraq: sarebbe stato personaggio di sicuro richiamo popolare, ma lui ha declinato. Ha accettato invece Mustafa Moheen, ex ministro della scienza e tecnologia, membro del Fronte della Partecipazione appoggiato anche dai «Mojaheddin della rivoluzione islamica», la sinistra islamica più radicale: ma non è ancora chiaro se avrà l'appoggio dell'altra organizzazione della sinistra islamica, l'Associazione del Clero Combattente, a cui appartengono sia l'ex speaker del parlamento Mehdi Karroubi (considerato un riformista moderato), sia il presidente della repubblica Khatami. Sono queste le forze politiche che fanno il «movimento riformista»: oltre agli studenti, si intende, che però hanno deciso di astenersi dalle prossime elezioni: «Nelle condizioni presenti, votare servirebbe solo a stabilizzare un regime religioso e autoritario in Iran», ci ha detto Abdullah Momeni, uno dei giovani dirigenti dell'Ufficio per Consolidare l'Unità - la maggiore organizzazione studentesca iraniana, che nel `97 era scesa in campo a sostenere l'esperimento di Khatami facendosi massacrare dagli apparati di sicurezza.

L'economia dimenticata.
«Le divisioni tra i riformisti sono in sé cosa positiva, è un movimento plurale», commenta Shams-ol-Vaisin: «Il punto è che sono tutti minacciati dal medesimo rischio, essere cancellati dalla scena politica. Non sarà una competizione ad armi pari». E però, aggiunge, se anche lo fosse i riformisti oggi non la vincerebbero. Sono in molti a pensarlo: riformisti hanno deluso chi li aveva votati otto anni fa, si sono avvitati nella lotta di potere «dimenticando» l'economia, le politiche sociali o del lavoro; non sono riusciti a scalfire le basi materiali del consenso allo stato. «I conservatori hanno un profilo di classe ben definito», spiega Shams-ol-Vaisin: «Rappresentano la borghesia nazionale tradizionale e devono preservarne gli interessi, dunque mantenere il legame con istituzioni tradizionali come quelle religiose. Hanno il controllo delle fonti di ricchezza, le moschee, le fondazioni islamiche che controllano la terra, il bazar. Questi sono gli strumenti di controllo della società: come le bonyads, fondazioni islamiche, che distribuiscono un po' di welfare ma anche il credito, grande e piccolo». Al contrario, «la base sociale dei riformisti non è ben definita: un po' classe media, un po' borghesia capitalista, un po' attivismo religioso evoluto verso posizioni socialdemocratiche, un mosaico. Con i conservatori stanno le fonti di ricchezza, con i riformisti i luoghi del consumo: università, cultura, la libera stampa, le organizzazioni della società civile. Per dirla con un'immagine: con i riformisti vai a sentire poesie, ma per gli aspetti materiali della vita ti rivolgi ai conservatori.». Detto da un intellettuale riformista, che è stato in galera quando hanno chiuso il suo giornale, è una critica profonda: «I riformisti devono chiedersi perché hanno fallito. Khatami sarà ricordato come una figura morale, ma debole. E' doloroso, ma siamo il primo stato quasi-democratico che ha prodotto un regime quasi-totalitario».
I conservatori invece «traggono vantaggio dall'appoggio diretto di tutta la gerarchia di potere e dei mezzi d'informazione ufficiali, dalla scelta moderata dei riformisti, e poi dal panorama di tensione internazionale», continua Shams-ol-Vaisin. I conservatori «vogliono riprendere il potere e militarizzarlo». Si riferisce all'ingresso in massa di ex Guardie della rivoluzione nelle cariche pubbliche, nell'amministrazione, tra i banchi del parlamento: il corpo paramilitare creato all'indomani della rivoluzione dall'ayatollah Khomeini, sorta di esercito parallelo (ha il compito della difesa delle frontiere, e si dice sia la forza che preme per tenere aperta l'opzione nucleare) che ha il suo servizio di intelligence, le sue forze di sicurezza speciali - e la sua riserva di veterani della guerra degli anni Ottanta da piazzare negli impieghi pubblici. E' un fatto: un'ottantina di deputati sono ex Guardie, e così l'attuale capo della radiotelevisione di stato (Irib). «Stiamo assistendo alla comparsa di una nuova classe politica in Iran, con ufficiali che si ritirano dal servizio militare ed entrano nell'amministrazione pubblica o diventano esponenti politici».
Il movimento riformista in Iran va dunque a una nuova sconfitta? Sul piano elettorale, è probabile. E però non ci sono solo battaglie di candidature o ministri impallinati in un parlamento ostile. La società iraniana è ormai molto più plurale e vocale di otto anni fa, quando ha dato il suo appassionato consenso al presidente Khatami perché prometteva di instaurare una società più aperta. Ha ragione Emadeddin Baghi, un altro degli intellettuali che hanno tentato di esercitare la critica dalle pagine dei giornali per vederseli chiudere uno dopo l'altro: lui vede motivi di speranza nel moltiplicarsi di ong «che erodono l'ideologia fondamentalista e il controllo dello stato», nell'attivismo dei giovani, nella presenza in massa di ragazze nelle università. E nei blog.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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