Decine di donne e uomini, disarmati, hanno invaso domenica mattina tre piattaforme petrolifere nello stato di Rivers, in Nigeria - uno dei principali stati produttori di petrolio nel delta del fiume Niger. Sono gli abitanti di villaggi abitati dall'etnia Kula, in una zona del Rivers che confina con lo stato di Bayelsa. Due delle piattaforme occupate sono della Royal Dutch Shell - si chiamano Ekulama I e II - e una è di ChevronTexaco, la piattaforma di Robertkiri. A Ekulama I e II i manifestanti trattengono 75 dipendenti, e bloccato una produzione complessiva di 70mila barili al giorno; a Robertkiri ci sono 32 persone ed è bloccata una produzione di 20mila barili/giorno. Insomma: da due giorni sono persi 90mila barili al giorno e un centinaio di persone è «ostaggio», ed è questo che fa notizia. Le invasioni di piattaforme di estrazione petrolifera non sono cosa nuova nel delta nigeriano. Il leader riconosciuto della comunità Kula, chief Dan Opusingi, ha dichiarato domenica alla Bbc per telefono da Ekulama II che i suoi hanno deciso di lanciare la pacifica protesta perché sono stati lasciati al margine nei posti di lavoro e nelle opere di sviluppo locale finanziate dalle compagnie petrolifere. Sia Shell, sia ChevronTexaco si sono dette disponibili a discutere, e ieri le trattative sono cominciate: sulle tre piattaforme erano rimaste solo guarnigioni di una ventina di persone ciascuna per garantire che l'estrazione di greggio resti bloccata. Il governo del Rivers State fa da mediatore: ma ha anche dato l'ultimatum agli occpuanti a sgomberare entro tre giorni. Se tutto va bene, la protesta alle piattaforme petrolifere si concluderà con qualche concessione in termini di posti di lavoro e piccole opere di sviluppo locale. Ma questo non cambierà molto la situazione generale del delta nigeriano, una delle maggiori regioni petrolifere al mondo (circa 2,1 milioni di greggio al giorno di cui 1,9 esportati, dati del 2003) - ma anche una regione di grande miseria, grande violenza politica e sociale, e grande repressione militare. Il petrolio è un'immensa ricchezza ma la gran parte della popolazione del delta vive nella miseria assoluta. Una piccola élite si è arricchita, la vita dei più non è migliorata in nulla. Per decenni pozzi e oleodotti hanno disseminato bitume nelle lagune e sui campi: un inquinamento così diffuso che in molte zone ha compromesso la pesca e fatto crollare l'agricoltura. Le proteste sono state represse nel sangue, qualunque fosse il governo in carica. E le compagnie petrolifere sono considerate corresponsabili di miseria e repressione. Così la violenza aumenta. L'invasione di una piattaforma in fondo è un'azione pacifica. Diverso è quando una gang di «giovani» prende in ostaggio addetti petroliferi o compie sabotaggi per chiedere riscatti. Così, tutte le compagnie petrolifere ormai finanziano le «comunità produttrici» con piccoli interventi sociali; tutte finanziano in qualche modo le autorità o i gruppi di interesse locali, e distribuiscono piccoli posti di lavoro - ghost jobs, «lavori fantasma», inventati per dare briciole di reddito alla massa impoverita che circonda i pozzi petroliferi. Tutte pagano le gang più violente per la «protezione». Ma così si sono innescati conflitti per controllare i benefici spremuti dalle compagnie petrolifere. Nel settembre scorso nel Rivers State è scoppiata l'ennesima guerra quando una milizia armata dell'etnia Ijaw ha minacciato di dinamitare una serie di pozzi. Nella primavera scorsa milizie diverse si erano scontrate nella città di Warri, nello stato di Delta, durante una campagna elettorale in cui si giocavano le posizioni di influenza di diversi notabili. Uno studio commissionato dalla Shell qualche mese fa diceva che la compagnia sarà costretta entro i prossimi 4 anni a mollare la produzione a terra e tenere solo quella off-shore nel golfo di Guinea, se non migliorerà la situazione. Tra le cause della violenza citava l'assenza di legge e le tensioni politiche, ma anche la pratica delle compagnie di pagare le bande di giovani per la «protezione», o di favorire una fazione sulle altre nell'assumere lavoratori. Dividere e controllare...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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