L'Italia è un paese di anime belle. Prodi chiama con la parola più appropriata di cui dispone la lingua italiana uno stuolo di ragazzotti che Berlusconi riceve alla Camera (non ad Arcore, alla Camera) e che faranno servizio di propaganda a pagamento porta a porta, e il tenero Follini sviene. Come si devono chiamare delle Camicie Azzurre che fanno un lavoro di propaganda a pagamento, se non mercenari? Forse Follini preferiva "volontari retribuiti", o ancor meglio "eroi", come chi fa questo mestiere in Iraq, e riceverli sulla soglia del Parlamento con il tricolore e la banda delle Forze Armate che suonava l'inno nazionale? Quando l'opposizione chiama le cose con il loro nome, la maggioranza protesta che "la si delegittima". Il lapsus linguistico di Follini è sintomatico della mentalità in cui si è adagiata la destra in questi anni, una mentalità che la sinistra le ha offerto su un piatto d'argento. Tale mentalità consiste in questo: una politica che sfascia l'Italia deve essere "legittimata". Se la sinistra non approva la terra bruciata dell'armata di Berlusconi, la destra se ne ha a male. Piange.
Credo che la sinistra si sia fatta rubare la politica anche perché si è fatta rubare le parole della sinistra. Berlusconi ha usurpato il paese, la televisione, il Parlamento anche perché ha usurpato (con la quiescenza della sinistra e con l'aiuto della stampa che gli ha fatto da megafono) le parole che appartengono alla sinistra e soprattutto al sistema democratico al quale egli per natura è estraneo. Ha cominciato l'esproprio linguistico nel battezzare la sua alleanza "Casa delle libertà", lo ha continuato autodefinendosi "il buon governo". Ciò lasciava implicitamente intendere che fuori dal suo schieramento non c'era libertà e fuori dal suo governo c'era solo il malgoverno. Questa oscenità linguistica doveva essere subito rintuzzata dalla sinistra, che invece non solo si è lasciata scippare parole che appartengono alla sua cultura e alla sua tradizione, ma l'ha assecondata in modo prono. Sentire senatori del centrosinistra che in un salotto della televisione di stato occupato da Berlusconi, davanti a un fascistello che bestemmiava la democrazia, dicevano rispettosamente "voi del Polo delle libertà", era una delle cose più umilianti che si potessero sentire in questa Italia violentata dalle leggi Cirami, dai licenziamenti di Enzo Biagi e di Santoro e dai lodi Schifani. E avrete notato intanto lo slittamento semantico con cui la stampa (anche quella cosiddetta liberale) ha accompagnato l'ascesa del berlusconismo: Maroni diventava "ministro del welfare"; quando Ciampi firmava le leggi più indecorose lo faceva dopo aver esercitato una "moral suasion"; Berlusconi non era più semplicemente il primo ministro, come si dice in tutti i paesi europei per chi è primo ministro. No: Berlusconi è il premier, oppure il Cavaliere: due epiteti che evocano il condottiero, il capo di un'intera nazione, non di una risicata maggioranza tenuta insieme da scambi di favori e di poltrone.
Berlusconi, accusato di corruzione di tribunali e di reati economici che niente hanno a che fare con la politica, da anni chiama i giudici "toghe rosse". Ha aggiunto che chi sceglie di fare il giudice o è un poveraccio o un malato di mente. A Follini pare una "legittimazione" della magistratura? E che ne dice Ilvo Diamanti, imparziale osservatore di un quotidiano liberale, che ieri ha rimproverato a Prodi troppa asprezza verbale? E perché la sinistra ha permesso che questo miliardario della cui fortuna nessuno conosce l'origine usasse la parola "comunista" come se fosse un marchio d'infamia? Perché non gli ha replicato che il Partito comunista in Italia ha salvato le istituzioni repubblicane in più di un'occasione, e che se un marchio d'infamia l'Italia lo ha verso se stessa e con tutta l'Europa è il fascismo mussoliniano che si alleò con i nazisti portando l'Italia al macello e morte e distruzione nel mondo? Perché la sinistra ha lasciato che i nazifascisti di Salò, mercenari anch'essi al soldo di fascisti stagionati, fossero graziosamente rivalutati col nome di "ragazzi di Salò"?
Il tenero Follini è male abituato. E abituato ad un'opposizione alla quale viene l'orticaria se sente parlare di regime. Ce lo trova, l'on. Follini, un paese europeo dove il capo di un governo possegga la quasi totalità dell'informazione? E che non solo la possegga, ma che la produca. Perché Berlusconi non solo controlla l'informazione, egli è proprietario di una possente macchina, Mediaset, che produce informazione. Neanche a Ceaucescu era riuscito tanto. E che dire di quando Berlusconi, alla vigilia della grande manifestazione a Roma della Cgil contro l'abrogazione dell'art. 18, a reti unificate lanciò un messaggio televisivo al paese e insinuò che l'assassinio del prof. Biagi era la conseguenza dell'istigazione del sindacato? A Follini questa trovata pare una legittimazione del movimento sindacale, uno dei pilastri di ogni democrazia moderna? Berlusconi definì la Costituzione repubblicana una "costituzione sovietica". La frase è palesemente fascista ma la sinistra non ebbe il coraggio di dirlo. A Follini piace? Berlusconi ha, fra le altre cose, devastato la lingua italiana. È tempo di ripristinarla, di sottrargli le parole che ha rubato, di restaurare gli sfregi che ha fatto alle parole, perché le parole sono le cose. È tempo che la sinistra gli ribatta che se vuole ancora affermare che Mussolini mandava gli oppositore in villeggiatura, prima quella villeggiatura la deve fare lui. Il giorno che Gianfranco Fini veniva nominato ministro degli esteri, il giornale di Paolo Berlusconi, il fratellino con condanna passata in giudicato, titolava a tutta pagina: "Dopo Fiuggi il fascismo non è più tabù". Se lo dicono loro, che la sinistra ne approfitti e si riappropri delle parole per dirlo: chiami fascisti i fascisti.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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