Un ragazzo normale in una famiglia normale in una città normale. Il ragazzo, Davide, aveva terminato la sua terza media prima di mettersi a lavorare come operaio, una passione per la Playstation, qualche uscita notturna ma niente di più. Un padre cuoco di Foligno, una madre casalinga calabrese. Una bella famiglia che come tante famiglie negli anni Sessanta si è trasferita al Nord per lavorare e che poi si è perfettamente integrata. Un appartamento dignitoso, solidi princìpi fondati sul rispetto degli altri e sul tirare avanti onestamente come si può. Un bel cartello a vista sulla porta, "Vietato fumare", perché la "ragazzina", la figlia tredicenne, non sopporta il fumo. Intorno c’è Lecco, una città che aspetta il Natale, il Resegone che la guarda, panetterie che sembrano gioiellerie, un mercatino in Piazza Garibaldi, le bande musicali, la folla intabarrata sotto le luminarie. Una di quelle città che evocano tranquillità, lavoro e benessere. Poi succede che una sera Davide con Domenico, un amico, si ferma in un distributore Esso e spara al cuore del benzinaio prima di fuggire via. Il ragazzo torna a casa e per 17 giorni continua la sua vita normale in silenzio. Nel silenzio normale di tutti i giorni. I genitori non sanno niente, non si accorgono di niente e quando al padre seduto davanti al televisore acceso capita di inveire contro i criminali che hanno freddato un innocente, lui si alza e se ne va in camera senza dire una parola. Normale. Nel frattempo la tranquilla città dei Promessi Sposi ha paura. Ha perso la tranquillità di sempre, come la povera famiglia del benzinaio. Sabato sera l’epilogo. Così finisce anche la tranquillità di altre due famiglie. Si viene a sapere che il ragazzo, Davide, consumava droga e che forse era stato fermato per spaccio. Né il padre né la madre sospettavano niente. Unica infrazione alla normalità, negli ultimi giorni, un silenzio un po’ più impenetrabile del solito. Tre normalità sconvolte, anzi di più. Quella della famiglia del benzinaio, quella delle famiglie di Davide e di Domenico, quella della città. Ora, stare a chiedersi perché, nel benessere della ricca Brianza e nella quiete di un nucleo familiare insospettabile, possa esplodere da un giorno all’altro una tale mostruosità, può sembrare una inutile appendice alla cronaca. Ma bisogna pur tentare di capirci qualcosa. Forse non ci sarebbe neanche molto da aggiungere. Basta sollevare il velo di quella normalità al quadrato o al cubo per capire. Del resto, il giorno dopo che accadono orrori impensabili, siamo talmente abituati a sentirci dire dai vicini e dagli amici che si trattava di tipi normali, di famiglie normali; siamo così abituati che, il giorno dopo appunto, sorge il sospetto che la normalità sia sempre più sinonimo del suo esatto contrario. Ragazzi "normali" che fanno fuori i genitori, genitori "normali" che fanno fuori i figli, ragazzi "normali" che sparano a sangue freddo, eccetera. Figli qualunque di una famiglia qualunque dove il silenzio è la norma. Non c’è autorità che vigili. Nessuno ci fa caso, nessuno chiede e anche se qualcuno chiede, nessuno risponde. Una famiglia, come tante, in cui sono saltati i canali minimi di comunicazione e in cui il mutismo reciproco è la quotidianità. Il tutto in una tranquilla città in cui appena venuti alla luce gli assassini, un tranquillo cittadino poco meno che sessantenne non trova di meglio da dire che: "Guardi, Lecco è una città tranquilla, però la notte se mia figlia rientra alle due, io mi alzo per andare a parcheggiare con lei, perché ho sempre paura che qualcuno me la porti via e la violenti, gli extracomunitari, sa...". Ma non è tutto. Ci sono i meridionali. "Sono anche loro italiani, per l’amor di Dio, ma nel loro Dna c’è qualcosa di diverso, sono portati al crimine da quando nascono. Qui la pensiamo tutti così, e se qualcuno non lo dice è perché è ipocrita. Io dico sempre a mia figlia: sposa il peggior settentrionale ma non il miglior meridionale, in casa mia non voglio vederli". Lecco città tranquilla, dove è meglio isolare il "mostro" e non pensarci più, perché "noi siamo meglio". In Piazza Manzoni, lo scrittore guarda tutti dall’alto seduto in poltrona. Sembra invitare alla calma gli eredi di Renzo e Lucia. Eppure c’è Pietro, 19 anni, liceale, che non riesce a trattenere la rabbia: "Io sono sardo, ma purtroppo devo ammettere che è vero, giù da noi hanno questo tipo di mentalità. Se fosse per i lecchesi saremmo tutti amichevoli e tranquilli". Città "normale" di un Paese "normale" in cui un ministro chiede la taglia, perché "nessuno deve osare toccare un padano". Chissà se per quel ministro riuscirà mai ad essere "padana" anche la famiglia di Davide, distrutta, che dice: "Lecco ormai è la nostra città e per noi ora non c’è solo dolore ma anche vergogna".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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