Restaurato fuori, vuoto dentro. È desolante la visita al Museo Nazionale delle Antichità di Kabul. Se non fosse per un piccolo gruppo di archeologi italiani impegnato a rimodellare e ricomporre i manufatti distrutti dalla furia talebana, la sensazione sarebbe di abbandono quasi totale. Un lavoro impagabile quello degli italiani, l’unico possibile contro la follia iconoclasta. "In Iraq i manufatti sono stati rubati. Da noi per la maggior parte li hanno presi a picconate", dicono al ministero delle Antichità. "Solo l’Italia, con la sua lunga esperienza nel restauro, può aiutarci. Al momento francesi, inglesi, giapponesi e tedeschi sono impegnati nella ricerca e catalogazione dei reperti perduti, gli italiani nella loro ricostruzione". Dopo oltre un ventennio di devastazioni, è stato ricostruito il Museo Nazionale della capitale afgana. Con un difetto però: mancano gli oggetti da esporre. Molti rubati, la grande maggioranza ridotti in cocci. Anche se ultimamente sono riapparsi alcuni tra i reperti più preziosi delle raccolte di gioielli e tesori antichi che si credeva fossero scomparsi per sempre nella lunga notte dei conflitti. Pareti bianche. Ma il museo è praticamente deserto. Nelle sale vuote la voce rimbomba sulle pareti tutte bianche. Guardando dalle finestre si vedono attorno evidenti i segni di tante guerre. Il vecchio palazzo del Parlamento, sulla collina dall’altra parte della strada, è ancora un cumulo di macerie. E l’altura sul retro è bucherellata come un gruviera dai crateri di migliaia di bombe di ogni forma e dimensione. Durante la guerra civile negli anni Novanta, tra bande di mujaheddin, la zona del museo rappresentava uno dei punti strategici per il controllo sulla città. Là dove ai tempi della monarchia verdeggiavano pini e abeti oggi c’è solo terra gialla. "Il nostro museo è agibile dalla fine di agosto", dice il direttore Omara Khan Massoudi, 56 anni, da 27 dedito alla ricerca e alla conservazione del passato afgano. " Ci sono voluti due anni di lavoro perché era ridotto a un rudere. I russi non l’avevano toccato, poi per tre anni non sono mai potuto entrarvi a causa dei combattimenti. Abbiamo rifatto il tetto, ricostruito i muri, totalmente restaurato il secondo piano devastato dall’incendio del 1993. Ma ci vorrà tempo prima di poterlo aprire al pubblico".

Schegge di pietra.
Visitarlo da italiani aiuta. Come nel museo di Bagdad, dove da anni gli archeologi coordinati dal ministero per i Beni culturali lavorano sui siti e alla catalogazione dei reperti, anche a Kabul una missione dell’Istituto Centrale per il Restauro, finanziata con una prima somma di 70 mila euro dal ministero degli Esteri, sta portando a termine la fase preliminare di un progetto molto specifico: insegnare l’arte del restauro agli aspiranti archeologi locali. "In Afghanistan ci siamo trovati di fronte alle vestigia della catastrofe", racconta Fabio Colombo, che fa parte del drappello di due archeologi e tre restauratori inviati da Roma a Kabul per un corso di due mesi a undici loro colleghi afgani. "Nella seconda metà degli anni Novanta, i talebani hanno condotto una vera e propria campagna di terrorismo culturale. Con furia iconoclasta hanno sbriciolato metodicamente statue, bassorilievi, dipinti, capitelli o altro che riportassero immagini umane. La distruzione dei due Budda di Bamiyan, il 10 marzo 2001, è stata soltanto il fatto più clamoroso di un fenomeno diffuso e capillare". Proprio mentre il mondo si inalberava per le cariche di dinamite che riducevano in briciole i due Budda, nel museo gli zeloti islamici ci davano dentro a colpi di martello o mazza ferrata e in poche ore distruggevano oltre 3.000 statue. "In un primo tempo una missione francese ha lavorato mesi e mesi per recuperare i cocci e dividerli in grandi cassoni, ognuno per un diverso periodo", aggiunge Massoudi. "Si tratta per lo più di schegge di pietra scistosa, i resti delle statue buddiste risalenti ai secoli prima dell’era cristiana. Ora però si tratta di rimetterle assieme. Un lavoro certosino, anche perché moltissimi frammenti purtroppo sono andati perduti per sempre".

I sotterranei.
Lavoro certosino: come un gigantesco puzzle, con centinaia di migliaia di pezzi mischiati tra loro e spesso con a disposizione soltanto modelli ripresi da fotografie ingiallite degli anni Cinquanta e cataloghi non più recenti del 1974. Parte del problema è che mancano gli archivi, senza l’inventario completo non è neppure possibile capire che cosa sia sparito. I responsabili locali sostengono che sono scomparsi "almeno 100 mila pezzi", altri parlano di 70 mila. A partire dalla collezione numismatica, che sino al 1993 contava circa 44 mila monete antiche. Non ne resta più nulla. In alcuni casi, si deve ricorrere agli schizzi approssimativi tracciati dagli archeologi francesi durante la loro prima campagna di scavi, nel 1922. I collanti utilizzati dagli italiani sono tutti chimici. "Non ci sono componenti naturali perché verrebbero presto intaccate da batteri e funghi", ricorda Fabio Colombo. " Il lavoro si divide nell’assemblaggio dei pezzi per ogni manufatto, l’incollatura, la stuccatura e il trattamento finale". A vederli lavorare nei sotterranei del museo, chini sulla distesa di cocci, intenti a cercare di farli collimare uno con l’altro, si è presi dallo scoramento. Pare che stiano cercando di svuotare il mare. Lo stesso senso di rabbia e frustrazione attanaglia guardando al pianoterra le fotografie dei pezzi andati distrutti per sempre. Frustrazione aumentata dal capire "dal vero" ciò che è stato perduto, alla vista di un paio di statue precedenti l’era di Cristo miracolosamente salvate dalla barbarie: quelle di re Kanishka (posta vicino a iscrizioni buddiste del secondo secolo avanti Cristo) e del principe Koshani.

Oro e avorio.
Ma c’è anche qualche ragione di ottimismo. Nelle ultime settimane il ministero delle Antichità afgano ha reso noto che alcuni dei tesori più preziosi del museo sono stati ritrovati intatti. Con l’aiuto della National Geographic Society americana e dell’Unesco sono stati censiti ben 22.153 oggetti in dozzine di casse. Si tratta, tra l’altro, di manufatti comprendenti il celebre "oro di Bactrian", vasi dipinti del terzo secolo avanti Cristo, pannelli d’avorio originari di Bagram, figure buddiste provenienti da Bamyian e Hadda, oltre a ricche collezioni in metalli pregiati risalenti all’epoca di Alessandro il Grande. "Erano stati nascosti, murati per 16 anni nei palazzi presidenziali. L’ex presidente Mohammed Najibullah sin dal 1989 aveva cercato di metterli in salvo prevedendo il peggio per il Paese", spiega Massoudi. Notizie positive, che hanno ridato impeto al lavoro dell’intera comunità archeologica. E infatti la responsabile della missione italiana, Giovanna De Palma, si dice "assolutamente soddisfatta" dai risultati del corso. È venuta a Kabul per le cerimonie di avvio e ora per quelle di chiusura: "Abbiamo iniziato i corsi subito dopo le elezioni del 9 ottobre, le terminiamo lunedì 20 dicembre. Un successo. Nessuno si è ritirato. Abbiamo lavorato ogni giorno dalle 9 e mezza di mattina sino a metà pomeriggio, tranne durante il Ramadan, quando si terminava prima". Tema più trattato: la conservazione della pietra. Problema maggiore per il museo? "La sicurezza", risponde. "Sino a che non saremo certi che non vi saranno ritorni di violenza e l’ordine pubblico non sarà garantito, il museo non potrà esporre in modo permanente". Ma si sta già saggiando il terreno. Nelle ultime settimane in alcune sale è stata esposta una piccola mostra temporanea sui manufatti del Nuristan. Non ci sono stati furti, per l’Afghanistan è già un successo.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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