Viviamo davvero un anticipo di Apocalisse? Almeno nel senso etimologico della parola, quello per cui il termine significa "rivelazione", con l'aggiunta di un bel po' di catastrofico (si sta sempre meglio con le illusioni; la verità mi fa male, lo sai), l'Apocalisse ci sta capitando. E anche se una buona parte dei danni che il maremoto ha fatto non dipendono, ancora una volta, dalla natura ma dalla storia, dall'economia, dal dominio (le zone colpite non avevano un sistema di allarme; perché costava troppo), le dimensioni del disastro spingono a considerazioni meno contingenti. Ci si rende conto che, con tutta la tecnica di cui disponiamo, la natura continua a funzionare in modi che possono distruggere in un momento i nostri progetti e le nostre vite. Dobbiamo davvero soltanto trarne le solite conclusioni sulla debolezza umana, la smentita della tracotanza con cui l'uomo moderno crede di potersi sostituire alla divinità? Una simile linea di pensiero è una pura e semplice ricaduta nella superstizione. Identificare Dio con la natura imprevedibile e nemica è una enorme bestemmia a cui si abbandonano in perfetta buona fede anche tante persone religiose: sia fatta la volontà di Dio è l'espressione che esse usano quando gli succede una disgrazia, mai quando vincono alla lotteria. Dunque, niente piagnistei sulla finitezza dell'uomo e la sua hybris, per favore. Meglio, allora, pensare che si potrà in futuro prevenire il ripetersi di simili eventi istituendo finalmente, a spese della comunità internazionale (anche i turisti occidentali vanno difesi!), quei sistemi di allarme che oggi sono tragicamente mancati. Non c'è il male assoluto, c'è il male che non siamo riusciti a prevenire o che abbiamo colpevolmente preparato. Forse non si tratta di inondazioni come quelle che minacciano, ancora una volta, il nostro Sud, ma anche in quelle isole e spiagge tropicali la speculazione edilizia e l'incuria dei poteri pubblici avranno avuto la loro parte. Poi: non si può abbandonarsi al piagnisteo tragicista, a cui sembra particolarmente incline la cultura collettiva nutrita di prediche sulla perdita dei "Valori", sulla minaccia di fine della civiltà che incombe su di noi a causa della manipolazione genetica, degli ogm, del nichilismo dilagante. Anche i Templari e le loro leggende ingrassano su questo terreno: avete notato quanti registi "seri", negli ultimi tempi, hanno fatto film del tipo della Nona porta di Polanski o di Eyes Wide Shut di Kubrick?
Certo, minacce "globali" incombono su di noi, e la mentalità collettiva le sente in maniera particolarmente acuta. Persino la credulità di chi ha bevuto le balle di Bush e Blair sulle armi di distruzione di massa si è nutrita di queste oscure aspettative apocalittiche. Che sono la versione aggiornata del marxiano "oppio del popolo". Se invece, con un po' di semplice buon senso, si cominciasse a riflettere sul significato di questa recente catastrofe globale, si potrebbe finalmente trarne la lezione che, nonostante tutto, Bush e tanti governi non vogliono capire: che l'onda anomala del Sud Est asiatico è solo un piccolo esempio di come sarebbe, o sarà, il pianeta se non corriamo ai ripari, a cominciare dal protocollo di Kyoto e da una seria politica ecologica. Fra non molto potremmo trovarci tutti sommersi da uno tsunami planetario, da una catastrofica "rivelazione" che giungerebbe davvero troppo tardi.
Gianni Vattimo

Gianni Vattimo

Gianni Vattimo (Torino, 1936) è uno dei più importanti e noti filosofi italiani. I suoi studi su Heidegger e Nietzsche hanno avuto risonanza internazionale e, al pari delle sue opere successive, sono state tradotte in varie lingue. Ha curato l’edizione della Garzantina Filosofia (1981). Vattimo collabora con diverse testate italiane e internazionali. Con Feltrinelli ha pubblicato Al di là del soggetto (1981), Il pensiero debole (1990; con Pier Aldo Rovatti) e Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo (2015; con René Girard). Sta pubblicando le sue Opere complete con Meltemi, presso cui è uscito anche Addio alla verità (2009).

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