Le vecchie trincee sono ghirigori di ombre appena accennate sulla neve fresca della collina. Rimane ancora ben visibile l’entrata al bunker comando, con il tunnel lungo una trentina di metri che conduceva ai punti di osservazione sul Don. "Ecco, le postazioni più avanzate dei russi, stavano proprio su quell’isola che divide il fiume in due corsi. Erano a meno di 150 metri dalle nostre. Da fine novembre la superficie dell’acqua era interamente ghiacciata, la si poteva attraversare armati correndo per meno di un minuto". È quasi un pellegrinaggio questo ritorno di Ugo Balzari sul Don. Un pellegrinaggio della memoria, di un capitolo della vita che lo vide partire ragazzo e tornare uomo, ferito nell’anima da ricordi che lo hanno segnato per sempre. Nato a Milano, Porta Ticinese, classe 1922. "Vivevamo in una casa a ringhiera, un cesso alla turca per 7 famiglie sullo stesso balcone", dice nel suo intercalare un po’ rauco, colorito dallo stretto dialetto milanese. Arruolato il 7 gennaio 1942 nel battaglione alpini Edolo, partiva ai primi di luglio dello stesso anno inquadrato nella divisione alpina Tridentina. Destinazione: Russia, a fianco dell’alleato tedesco. "Noi 57.000 alpini di Tridentina, Julia e Cuneense originariamente eravamo destinati al Caucaso, ma poi quell’estate i russi sfondarono sul settore presidiato dai fanti italiani della Sforzesca e fummo mandati di rinforzo. Dovevamo combattere in montagna, ci ritrovammo nelle trincee di una pianura infinita. Le uniche alture erano le colline di terreno gessoso lungo il Don". Oltre 220.000 italiani impegnati sul fronte, di loro 104.000 meno di un anno dopo erano morti o spariti per sempre nei gulag siberiani. Natale sul Don. Per l’82enne reduce (l’ultima classe dei chiamati alla leva in Russia), alpino sciatore, portaordini Ugo Balzari, 62 anni dopo è un brillare di occhi, il ritorno di nomi, circostanze, situazioni, dolori, sensazioni, lampi di immagini che mai avrebbe creduto di possedere più. "In russo noi alpini semplici sapevamo solo dire kliebe e pizda, pane e figa", dice scherzoso. E ripete per l’ennesima volta la storiella che i suoi due figli (ormai adulti) conoscono benissimo delle due biciclette da bersaglieri che facevano venire le emorroidi ai dodici portaordini del battaglione, quando ancora mancava la neve e gli sci restavano nei depositi. "Pesavano un accidenti. Nel fango erano impossibili. Chi era quello stupido negli alti comandi a Roma che aveva ordinato venissero portate nella steppa?". Ma poi incontrando gli anziani russi dimostra di possedere un vocabolario molto più ricco. "Sarà un meccanismo di autodifesa. Per molti anni mi sono concentrato sui dettagli allegri di quei mesi terribili e ho totalmente rimosso le scene di massacri e morte", aggiunge. Mentre, all’improvviso, guardando sul fiume i pescatori che fanno i buchi nel ghiaccio per gettare la lenza, gli torna alla mente la scena delle centinaia di assaltatori siberiani trucidati dalle mitraglie italiane nel momento in cui cercano di attraversare il Don il 14 gennaio 1943, appena tre giorni prima l’inizio dell’epica "ritirata di Russia". "Erano piccolini, equipaggiati con splendide tute mimetiche bianche e imbottite. Agili e resistenti al gelo, si battevano come leoni". Il nostro viaggio inizia 700 chilometri a sud di Mosca. Nel villaggio di Bassovka, dove erano acquartierati i 1.700 uomini dell’Edolo. Ugo ha portato panettoncini, caramelle e cioccolata per i bambini. "Magari troveremo gente ostile. Tutto sommato noi eravamo gli invasori assieme ai tedeschi. Meglio cercare di addolcire la situazione", spiegava in partenza da Milano. Ma qui di bambini neppure l’ombra. Bassovka è semiabbandonato, ci vivono solo 27 anziani. Nel 1939 aveva 300 abitanti, nell’estate 1942 oltre 100 vennero uccisi dai nazisti, gli altri obbligati ad evacuare. Oggi da appena una decina di isbe scolorite dal tempo esce un sottile filo di fumo. Ugo vi ritrova quasi tutto intatto, come se la guerra fosse appena finita. Per esempio la collina dove di notte con i suoi commilitoni andava a cercare il grano rimasto sotto la neve, sempre attanagliati dalla paura di essere colpiti dai cecchini dall’altra parte del fiume. "Due Paesi a civiltà contadina hanno un mucchio di cose in comune. I nostri del Bresciano e delle Bergamasche avevano costruito una macina rudimentale per fare la farina. L’hanno descritta bene nei loro libri anche Mario Rigoni Stern e Giulio Bedeschi", commenta. E rivede nella nebbia l’edificio bombardato della chiesa ortodossa. Da allora nessuno l’ha più riparato. Anche le trincee sono ben visibili. Dopo che gli italiani le scavarono, nevicò. Restò una traccia nera nel bianco dei campi, che trasformò le posizioni dell’Edolo in facili obiettivi per i russi. Gli alpini corsero allora a cercare rami e legna per coprirle. Solo dopo la nevicata successiva si mimetizzarono con il paesaggio. Però l’inverno è mutato. Dove una volta in questa stagione la neve era alta e polverosa, resa farinosissima dai quaranta sottozero, oggi l’effetto serra spesso non lascia scendere il termometro sotto i meno cinque e la neve diventa pesante, fradicia d’acqua. "Il gelo provato allora dagli italiani è finito negli anni Cinquanta, adesso il clima è molto più temperato", conferma Anatoly Fiedorovich, un 81enne reduce di guerra che componeva i corpi scelti su slitte veloci organizzati dai generali di Stalin per accerchiare gli italiani. È venuto qui lungo il fiume a trovare un vecchio amico, Ivan Andrevich, che aveva 6 anni nel 1943, quando perse un braccio e un occhio dallo scoppio della mina messa dagli eserciti invasori che uccise invece il fratellino. "Italiansky? Nessun paragone con tedeschi e ungheresi. Loro erano crudeli, soldati pronti a uccidere e depredare. Voi, uomini che non volevano la guerra. Ricordo che un gran numero di italiani cercò aiuto dalla popolazione civile dopo aver gettato le armi, volevano solo scappare e tornare a casa", aggiunge Fiedorovich offrendo una vodka che sembra alcol puro e formaggio salato per bere di più. I due ex nemici si sorridono dandosi grandi pacche sulle spalle. "Scusateci. È la prima volta che torno in Russia dalla guerra. Ma ci tenevo a chiedere scusa", dice Ugo. Gli altri non lo ascoltano neppure, sono troppo felici di avere ospiti giunti da tanto lontano. Piangono invece l’80enne Nikolay Mitrofanovich assieme alla moglie Alexandra Lukianova, appena più giovane. Due personaggi degni di un racconto di Dostoevskij. Piangono quando raccontano dell’impiccagione di 8 anziani per mano delle avanguardie tedesche. Ugo cerca di rallegrare la compagnia con la storia del rancio perduto. "Un giorno arriva alle nostre linee il carro del rancio dei russi trainato da un cavallo che si era perso nella nebbia. Lo divorammo in pochi secondi". E com’era? "Una porcheria, sbobba non migliore della nostra. Ma allora avevamo molta più fame che freddo. Eravamo due eserciti di poveri cristi affamati". Alexandra, con passo malfermo nella neve pesante, si offre entusiasta di accompagnarci sulla collina, proprio nel luogo dove gli italiani avevano scavato un bunker per la chiesa. "Tra noi c’era un pastore analfabeta, uno che per la prima volta scendeva dalle montagne per venire a perdersi in Russia. Era però un artista nato, con il suo falcetto da fieno scolpì nel gesso in poche ore una quarantina di statuine per il presepio. Un capolavoro". Ugo racconta e Alexandra ascolta attenta la traduzione. Poi, con un gesto dolcissimo, gli accarezza la testa.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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