Ha legato i lacci delle sue scarpe alle sbarre della finestra del bagno e dentro quei lacci, trasformati in cappio, ha infilato il collo. Non è morto subito Guido Cercola. Domenica scorsa alle undici e mezzo di sera l’agente in turno di sorveglianza ha fatto in tempo a strapparglieli dal collo quei lacci: l’ergastolano respirava ancora. Ancora per poco. La corsa in ambulanza dal supercarcere è stata inutile: all’ospedale di Sulmona è arrivato un cadavere. Il cadavere di un uomo di sessant’anni, gli ultimi venti passati nei carceri di massima sicurezza di tutta Italia, l’accusa di strage mafiosa confermata in Cassazione. Era romano Guido Cercola. Nel carcere di Sulmona era arrivato nel 1999 e da quando era arrivato qui si racconta fosse sempre stato tranquillo, molto tranquillo. Di più: religioso e pio. Lo racconta Padre Anacleto, cappellano del supercarcere di Sulmona: "Mi chiamava sempre per recitare il rosario. E quando celebravo la messa nel suo reparto era sempre lì, in prima fila". Il suo reparto: l’Aiv, acronimo che sta per alto indice di sorveglianza, la sezione più delicata del supercarcere di Sulmona che è già un carcere di massima sicurezza, tra i suoi ospiti molti ergastolani, quasi tutti condannati per reati di criminalità organizzata. Scontava in una cella da solo la sua pena Guido Cercola. Da quando era arrivato a Sulmona non aveva mai visto il cielo senza le sbarre davanti. La sua non era una condanna qualsiasi: insieme a Pippo Calò, il "cassiere" di Cosa Nostra, era stato accusato di aver organizzato nel 1984 la strage di Natale del treno 904, il "secondo Italicus", lo battezzarono subito i titoli dei giornali dell’epoca. Sedici morti oltre duecentocinquanta feriti: nella galleria degli Appennini il treno 904 che da Napoli era diretto a Milano esplose come fosse un petardo. "Eppure in carcere io ho conosciuto un uomo mite", sussurra padre Anacleto, cappellano francescano. Che garantisce: "Non ci si poteva davvero aspettare che Guido Cercola commettesse un simile gesto". Anche Giacinto Siciliano, il giovane direttore del carcere di Sulmona, non esita a cadere dalle nuvole per questo suicidio, garantisce, inatteso. Sarà la Procura di Sulmona che cercherà di capirci qualcosa. Ma ci saranno anche gli ispettori del ministero della Giustizia che torneranno a visitare il supercarcere di Sulmona: avevano appena finito le indagini per il suicidio di Camillo Valentini, il sindaco di Roccaraso che nel carcere di Sulmona si è tolto la vita il giorno dopo ferragosto. Ora però i familiari delle vittime del treno 904 temono che questo suicidio possa allontanare la verità. E’come in preda a una maledizione il supercarcere di Sulmona: quattro i suicidi negli ultimi quindici mesi. Tutti con i lacci delle scarpe trasformati in cappi. Non è proibito ai detenuti del supercarcere tenere ai piedi i lacci delle scarpe. Qualcuno teme che questi suicidi siano frutto di un processo di emulazione. Il direttore del penitenziario Giacinto Siciliano cerca di minimizzare: "E’un problema statistico, per via della tipologia di detenuti che sono chiusi qui dentro. Ci sono moltissimi ergastolani, uomini che non hanno più la speranza di rivedere il sole". Non dovrebbero esserci misteri sulla morte dell’ergastolano: Guido Cercola si è tolto la vita. Ha legato i lacci delle sue scarpe alle sbarre della finestra del bagno e dentro quei lacci, trasformati in cappio, ha infilato il collo. In quindici anni ce ne erano stati tre soltanto di suicidi. Appena tre i detenuti che dal 1984 al 1999 si sono tolti la vita dentro il carcere di Sulmona. Un supercarcere di massima sicurezza, oltre quattrocento i detenuti rinchiusi. Negli ultimi quindici mesi, però, con quattro suicidi filati è esplosa la statistica. O forse è esplosa una maledizione. Che ha un preludio per via di un suicidio decisamente particolare: nell’aprile del 2003, nei giorni di Pasqua, è la stessa direttrice del supercarcere che si toglie la vita nel suo alloggio che era dentro al penitenziario. Armida Miserere aveva 47 anni si è sparata alla testa. Il 14 ottobre del 2003 si suicida Diego Aleci, 41 anni del clan di Cosa Nostra. Pochi mesi dopo, il 28 giugno del 2004 tocca a un altro mafioso: Francesco Di Piazza, 58 anni, del clan di Giovanni Brusca. Anche Camillo Valentini, sindaco di Roccaraso, si toglierà la vita con i lacci delle sue scarpe da tennis il giorno dopo ferragosto del 2003. Era in carcere da nemmeno 48 ore, pronto per l’interrogatorio con il gip per via di una storia di tangenti.
Alessandra Arachi

Alessandra Arachi

Alessandra Arachi, nata a Roma nel 1964, giornalista al “Corriere della Sera”, con Feltrinelli ha pubblicato: Briciole. Storia di un’anoressia (1994), da cui è stato tratto l’omonimo film per tv con la regia di Ilaria Cirino (2004), Leoncavallo blues (1995), Unico indizio: la normalità. L’Italia a sud dell’Italia (1997), Coriandoli nel deserto (2012). Ha pubblicato inoltre Non più briciole (Longanesi 2015), Lunatica. Storia di una mente bipolare (Rizzoli, 2006) e il romanzo E se incontrassi un uomo perbene? (Sonzogno, 2007).

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