La constatazione è triste, ma merita d´esser fatta: dopo la caduta del muro di Berlino, l´andamento economico della zona euro è stato tra i più mediocri del mondo: inferiore, come tutti sanno, a quello degli Usa e del Regno Unito, ma anche - e questo non lo si sapeva - a malapena alla pari con i risultati nipponici. Il Giappone era considerato come il malato dell´Ocse, per un motivo ben noto: un madornale errore di politica monetaria, che ha fatto piombare il paese nella deflazione. Non si pensava però che l´area dell´euro fosse colpita dalla stessa astenia, sulle cui cause mancano risposte chiare; o quanto meno, non c´è consenso in questa materia.
Dal 1990 al 2004 sono trascorsi 15 anni: un periodo troppo lungo per invocare il caso, le circostanze o la malasorte. In quindici anni, il peso relativo della zona euro è arretrato rispettivamente del 15 e del 9% in rapporto agli Stati Uniti e al Regno Unito, e non è aumentato al confronto con il Giappone! In una situazione del genere, è quanto mai irritante l´autocompiacimento dei responsabili europei, l´arroganza con cui sostengono la fondatezza delle proprie azioni e pretendono di istruire i governi sul da farsi. Fortunatamente l´Europa è tuttora ricca, e potrebbe ancora sopportare qualche altro errore di politica economica. Non troppi però, perché ormai la povertà crescente, i salari pressoché stagnanti, il formidabile aumento delle persone e famiglie costrette a ricorrere alle organizzazioni caritative per la propria sussistenza la dicono lunga sullo stato delle nostre società, più di tanti discorsi tranquillizzanti. In Europa il dibattito politico rimane confinato all´ambito nazionale; e quando le cose vanno male, la responsabilità ricade sui governi dei singoli Stati europei. I quali ultimi tentano a volte di europeizzare i problemi, ma sono comunque chiamati a risponderne ai loro elettori. La democrazia in Europa continua a funzionare a livello nazionale, mentre numerosi poteri e strumenti sono stati trasferiti su scala europea. I governi nazionali sono oramai sotto tutela dell´Ue - il che comporta, nel bene e nel male, una parte importante di responsabilità europea. Il fatto che vi si siano assoggettati per loro libera scelta e attraverso un processo graduale non cambia la sostanza delle cose. Ora questa tutela, forte di incontestabili successi ? il mercato unico, la creazione dell´euro, l´allargamento ? tende a diventare arrogante, e a scaricare la colpa di ogni difficoltà sulle popolazioni (riforme strutturali) e sui governi nazionali (consolidamento del bilancio). In altri termini, i cittadini sarebbero riluttanti ad accettare le riforme per troppo attaccamento ai rispettivi sistemi di protezione sociale, e i governi esiterebbero a imporle ? e quindi a ridurre la spesa pubblica ? per timore di non essere rieletti. Questo il ragionamento che i responsabili dell´interesse generale europeo ribadiscono ad ogni pié sospinto, in tutti i loro discorsi e pubblicazioni: "L´Unione economica e monetaria è ampiamente riuscita a suscitare la stabilità macroeconomica in Europa. La Banca centrale europea ha fornito il proprio contributo a questo successo, salvaguardando la stabilità dei prezzi nella zona dell´euro. Le riforme strutturali (dei sistemi di sicurezza sociale e delle indennità di disoccupazione), destinate ad accrescere la flessibilità dei mercati, sono la chiave per raggiungere un tasso di crescita sostenibile più elevato (…) Se il consolidamento dei bilanci viene percepito dal settore privato come un segnale credibile di calo della spesa pubblica negli anni a venire, le famiglie, (…) anticipando il futuro abbassamento delle imposte, accresceranno i loro consumi". In breve, le autorità europee avrebbero sempre visto giusto, mentre quelle nazionali sarebbero invariabilmente in errore. Sarà anche vero, ma la questione merita almeno d´esser discussa. E proprio qui sta il problema: non esiste uno spazio pubblico ove organizzare un ampio dibattito sulla politica della tutela, per sottoporla al giudizio degli elettori. Certo, il Parlamento europeo fa quello che può. Ma i suoi poteri in questo campo sono estremamente limitati, e la rielezione dei suoi deputati è scarsamente correlata (per usare un eufemismo) alla loro capacità di incidere sulla politica macroeconomica europea.
Dunque la politica del "governo economico" dell´Europa è data per buona, ma di fatto non è mai stata oggetto d´un dibattito democratico ? se non indirettamente, attraverso le elezioni nazionali. Ora, se è vero che i responsabili europei hanno bisogno di una legittimazione, oggi essi dispongono d´un solo modo per acquisirla: quello di fondare la loro azione sulla "scienza", cioè sulla dottrina. E la dottrina europea più condivisa e meglio difesa dalla Commissione è appunto quella che Jean-Claude Trichet ha esposto con grande chiarezza nella citazione sopra riportata. Su questo tema non esiste alcuna divergenza tra le autorità europee ? cioè tra la Banca centrale e la Commissione.
Negli ambienti accademici, al contrario, ciascuna delle proposizioni che costituiscono la suddetta dottrina è oggetto di vivaci controversie. Il fatto è che in questo campo la nostra ignoranza è tuttora abissale. Come parlare di stabilità macroeconomica quando sul lungo periodo (15 anni) la crescita media della zona euro (1,8%) è durevolmente inferiore al suo potenziale, che secondo la stessa Banca centrale europea si aggira tra il 2,25 e il 2,50%? Il tasso potenziale di crescita è valutato in base alle strutture esistenti. Ciò significa che le cause del mediocre andamento economico della zona euro vanno ricercate altrove: a esempio, in una politica macroeconomica sbagliata. La questione delle riforme strutturali, che si prefiggono di incrementare la crescita potenziale, è anche più complessa, e nasconde almeno due insidie: in primo luogo, talune riforme possono avere effetti positivi in un paese e sfavorevoli in un altro; e gli studi empirici sull´argomento sono ancora ai primi passi. A esempio, se qui una maggiore flessibilità può favorire la stabilità, è possibile che altrove abbia l´effetto opposto: in altri termini, ciò che è giusto su un versante dei Pirenei potrebbe essere errato sull´altro.
Tutto dipende dal contesto delle istituzioni, dalla loro coerenza. E poiché in molti casi si tratta di norme o di convenzioni sociali implicite, in questo campo la nostra ignoranza è sterminata. Seconda insidia: le riforme strutturali possono avere effetti violentemente redistributivi. Anche presupponendo le migliori intenzioni del mondo da parte di chi le preconizza, può accadere che servano gli interessi di una frazione molto ristretta della società, o magari di un gruppo di pressione. Come sottolinea Richard Freeman in un articolo dal titolo eloquente: War of the models (La guerra dei modelli): "Quando determinati gruppi sostengono la necessità delle le riforme di cui saranno beneficiari in ordine alla soluzione dei problemi dell´economia nazionale, quest´argomentazione potrebbe essere semplicemente un modo per dissimulare dietro un discorso retorico il desiderio di ritagliarsi una parte maggiore della torta. Quando i ricchi raccomandano come unico rimedio alla disoccupazione la riduzione delle loro imposte e i tagli ai benefici sociali dei lavoratori, qualunque economista dovrebbe alzare le sopracciglia".
I responsabili europei, che come sinceramente credo sono incontestabilmente al servizio dell´interesse generale, dovrebbero pensarci due volte prima di raccomandare una politica del genere. Ecco perché è essenziale che queste questioni vengano dibattute in una sede democratica (ancora da inventare) su scala europea. A tal fine occorrerebbe almeno rafforzare i poteri del Parlamento europeo, tanto da metterlo in condizioni di incidere sugli orientamenti della politica economica condotta dalle istituzioni dell´Ue. Se così non fosse, i governi nazionali sarebbero permanentemente costretti ad agire nel quadro d´un piano d´aggiustamento strutturale, la cui validità non ha mai potuto essere sottoposta a un dibattito serio. L´indipendenza presuppone la responsabilità, e la responsabilità la sanzione della democrazia. Un´innovazione del genere farebbe della zona euro il modello di cooperazione rafforzata del quale l´Europa ha tanto bisogno per disegnare il proprio avvenire.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi (1942) è professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’Ofce, l’Osservatorio francese delle congiunture economiche. Fa parte del consiglio di amministrazione di Telecom e del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo e insegna all’Università Luiss. Con Feltrinelli ha pubblicato La democrazia e il mercato (2004) e La nuova ecologia politica (con Eloi Laurent; 2009). 

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