Il cavallo bianco si materializzò all’improvviso nella notte, ai margini degli spari, delle bombe, del puzzo di carburante, delle grida dei feriti e i rantoli dei moribondi. Fu 62 anni fa. Ma l’ex alpino portaordini Ugo Balzari lo descrive come fosse ieri. "Quella notte tra il 22 e 23 gennaio 1943 dovevo morire. Con un balzo dalla slitta su cui mi stavo riposando, gli sci ancora ai piedi, mi ero scansato per pochi centimetri dai cingoli di un T34. Ma il tank russo stritolò il mio amico Panigada, dattilografo del battaglione Edolo, in una massa indistinta di sangue, ossa, macchine da scrivere, scatolette di carne e documenti. Poi tirarono un bengala nel cielo e iniziarono a sparare su tutto ciò che si muoveva. I morti italiani furono circa 3.000, ci salvammo forse in una settantina. Io nel buio vidi la sagoma di quello stallone, forse sfuggito dalla slitta di una salmeria tedesca. Non aveva sella, mi aggrappai a un paio di briglie rudimentali". Per un attimo Ugo dimentica la fatica dei suoi 82 anni. Arrivando dalla direzione del Don ha riconosciuto subito questa che in russo chiamano balka. Una valletta, una delle infinite caratterizzanti la steppa e i campi coltivati fatti di terra nera, le macchie di pini, betulle e querce, che corrono dall’Ucraina sino agli Urali. Allora vi era arrivato, troppo tardi, per consegnare l’ordine di tornare indietro e ricongiungersi al grosso della divisione Tridentina 25 chilometri più a sud. "Eccola, è qui la balka che fu la nostra trappola alle porte del villaggio di Varvarovka. I russi ci aspettavano la sera a ogni centro abitato, sapevano che contro i meno quaranta gradi delle notti di allora noi dovevamo trovare un riparo. E qui vennero sterminati gli uomini del battaglione Morbegno, che avevano sbagliato strada seguiti per errore dalle salmerie su slitte di Edolo e Tirano", esclama emozionato in questo lungo viaggio sulle tappe della sua ritirata di Russia. È un avvallamento profondo non più di 200 metri, sui fianchi meno ripidi si intravedono i solchi degli aratri, un paio di tralicci dell’alta tensione dominano l’area più impervia. La vegetazione è intrisa d’acqua della neve che si scioglie, il cielo grigio, monotono, triste. Per lui questo episodio relativamente sconosciuto resta la memoria più crudele della guerra. "Varvarovka viene appena accennata dai libri di storia ufficiali perché non fu neppure una battaglia. Nessun eroismo. Fu un vero e proprio macello, un massacro, un sacrificio inutile. I carri armati russi ci aspettavano al varco. Noi non avevamo praticamente nulla per combatterli, le loro perdite furono irrisorie". Guerra di poveri Cristi. Portaordini senza bussole, cannoni incapaci di perforare le corazze dei blindati sovietici, un rancore profondo per l’alleato tedesco, l’incapacità di odiare i russi (confermata ora dalla calorosa accoglienza nei villaggi ogni volta che Ugo Balzari si presenta come veterano): sono i momenti salienti della ritirata stampigliati nella memoria di un soldato semplice. Una delle ultime testimonianze oggi possibili dal vivo sui luoghi della ritirata. Avremmo voluto ripercorrerla almeno in parte con gli sci o con le racchette da neve. Ma le temperature miti hanno sciolto quasi del tutto il manto bianco, così si procede a piedi e sul gippone nel fango. La prima domanda è obbligatoria: quando Balzari e i suoi commilitoni capiscono che l’ordine di lasciare le posizioni sul Don non è un "ritiro tattico", come dicono i comandi, ma una vera e propria fuga all’indietro per evitare l’accerchiamento? "Molto presto. La prima notte, tra il 17 e 18 gennaio, noi della Tridentina percorremmo in 9 ore 42 chilometri sino alla cittadina di Podgornoje, dove stavano i centri logistici del gruppo di armate italiane. Allora con tre compagni ricevemmo l’ordine di far saltare i magazzini. Fu uno shock terribile. Vi trovammo accatastato ogni ben di Dio: tonnellate di cibo, razioni premio per Natale mai distribuite. Soprattutto migliaia e migliaia tra cappotti foderati di pelliccia, pullover, panciotti ungheresi, mimetiche invernali bianche, tutti vestiti che sarebbero stati indispensabili soprattutto alle unità di fanteria che avevano ancora le divise estive. Perché diavolo non erano stati consegnati? Solo inefficienza, o c’era anche chi cercava di imboscare i materiali per rivenderli? Già da tempo tra la truppa correva voce che i tedeschi stessero cedendo a Stalingrado. Da un mese non ricevevamo la posta, prima ci veniva consegnata 2 volte la settimana. Ma ora il fatto che si dovesse distruggere i depositi significava che marcava male. Eravamo in rotta. Imboscati tra le pile di cappotti trovammo persino un generale e due colonnelli della fanteria. Avevano già disertato, abbandonato i loro uomini al nemico e al freddo". Nato a Milano nel 1922, di origini cittadine dunque, ma forte camminatore sin da quando arrampicava quindicenne in Grigna e vinceva i premi della "Prealpina" ai "sabati fascisti", Balzari si definisce un "uomo fortunato", sopravvissuto grazie "alla mia giovinezza" e alla tempra di "come mamma mi ha fatto". "Si è salvato più facilmente chi era allenato alla fatica fisica e portava ordini a piedi come me. I furieri, chi restava in ufficio, gli ufficiali pelandroni, non ce l’hanno fatta a camminare 30, 40, sino a 60 chilometri nella neve al giorno. In 9 giorni percorremmo quasi 300 chilometri per uscire dalla sacca a Nikolajevka e poi altri 700 per arrivare ai treni che ci avrebbero portati a casa. Noi dell’Edolo fummo ancora fortunati. Sui circa 1.700 partiti tornammo in Italia poco più di 400, anche perché molti venivano dalle stesse valli, si conoscevano, parlavano gli stessi dialetti, mangiavano lo stesso formaggio e bevevano lo stesso vino". L’ordine della ritirata lo porta lui stesso con gli sci alle postazioni avanzate dell’Edolo sul Don nel villaggio di Bassovka alle 17,30 del 17 gennaio. Tre giorni dopo, alle porte dell’abitato di Skororyb, il primo massacro grave per mano di un nemico cento volte più forte che fa di tutto per tagliare la strada. "Fu allora che conobbi un santo. Era Don Gnocchi, cappellano del 5° Alpini, umano sempre, anche quando si uccideva il commilitone per un pezzo di pane, per rubargli il posto più vicino alla stufa. Lui guidò noi portaordini a prelevare ai caduti le mostrine di identificazione. Quasi 200 alpini morti sulle neve. Don Gnocchi benediceva tutti, anche i russi, senza differenze". A Nikolajevka ci arriva direttamente dai combattimenti di Arnautovo e Nikitovka. "Era il mezzogiorno del 26 gennaio. Giunsi al terrapieno della ferrovia dove sino a un paio d’ore prima erano morti sino a 10.000 alpini. Passai vicino a un piccolo tunnel di mattoni rossi sotto le rotaie. Una ventina di metri letteralmente coperti di cadaveri. Nella chiesa di fronte, dove si trovavano i nidi di cecchini russi, scoprimmo una scorta di pane. Che buono! Il miglior pane che abbia mai mangiato in vita mia. La mattina dopo ripartii alle tre. Percorsi 60 chilometri in una volta sola. Ma ormai eravamo fuori dall’accerchiamento, avevamo superato le nuove linee tedesche. Ricordo che quel giorno per la prima volta dopo molti mesi di cielo color latte sporco il sole spuntò tra le nubi. Però raggiunsi a piedi il treno per l’Italia a Gomel solo il 5 marzo". Oggi l’intera Nikolajevka è stata assorbita dalla vicina cittadina di Livienka (5.000 abitanti in tutto), la chiesa dei cecchini e del pane venne abbattuta nel 1954. Resta però il tunnel della morte. A fianco dell’entrata, coperta di sterpaglia e priva di alcun segno di riconoscimento, si trova una fossa comune che potrebbe contenere tra i 10.000 e 14.000 corpi di italiani. E i prigionieri? "Disperati come eravamo, incapaci di sostenere anche noi stessi, non potevamo farne. Anche i russi tendevano a fucilare sul posto. Però ricordo, appena fuori Nikolajevka, il maggiore Dante Bellotti, comandante dell’Edolo, ci manda a pattugliare le isbe a caccia di partigiani. Nascosti dietro la stufa di una casa ne troviamo due armati di mitra. Loro si buttano a terra imploranti, ci mostrano le foto delle famiglie, i loro bambini. Che fare? Sono uomini come noi, anche se hanno ucciso i nostri. Ci guardiamo negli occhi brevemente. Poi spariamo una raffica in aria e urliamo di scappare. Eravamo italiani noi, non tedeschi".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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