È solo un piccolo aereoporto militare "di servizio", ma in queste ore sembra un hub internazionale della logistica d'emergenza. Nell'aereoporto di Colombo-Ratmalana, a sud della capitale di Sri Lanka, ieri sera elicotteri militari britannici facevano la spola per scaricare materiale medico d'emergenza dalla fregata Chatham della marina di sua maestà, che da lunedì è in rada di fronte alla capitale srilankese - mentre il ministro della sanità "ispezionava" due Canadair della Protezione civile italiana (da oggi saranno in servizio attivo): elicotteri e aeroplanini capaci di atterrare come idrovolanti sono preziosi, quando si tratta di portare soccorsi in località non più raggiungibili via terra: in Sri lanka in questo momento ben 600 chilometri di strade costiere sono inagibili. "Aiuti: il military takeover ", titolava ieri un importante quotidiano in lingua inglese di Sri Lanka, il ‟Daily Mirror” (indipendente, nessuna somiglianza con l'omonimo tabloid britannico). I militari "prendono il sopravvento" nella gestione dei soccorsi, almeno quelli più strutturali: qui sono arrivati i marines degli Stati uniti che faranno base a Galle nel sud (avranno compiti di logistica, trasporto e rimettere in piedi infrastrutture), mentre la marina militare indiana sta aiutando a scandagliare il porto della medesima Galle per aiutare a riaprirlo al traffico dei pescherecci (bisognerà dragarlo, è invaso di detriti e sedimenti). Ha preso posizione anche nella baia di Trincomalee nel nord-est, mentre quella pakistana ha inviato una sua nave di aiuti attesa venerdì. Poi ci sono gli elicotteri russi, a Jaffna nel nord. Senza contare che la presidente Chandrika Kumaratunga qui ha chiesto al proprio esercito di prepararsi a prendere in mano la distribuzione degli aiuti, dopo tante polemiche sul fatto che i soccorsi non sono arrivati in alcune aeree più remote - da subito i militari sono stati mandati a raccogliere corpi e sgombrare detriti.

Epidemie? Per ora no.
La logistica del resto è il primo problema dei soccorsi, nella catastrofe che ha colpito Sri Lanka. "La nostra priorità è protegere gli sfollati dal rischio di infezioni ed epidemie", dice il ministro della sanità Nimal Siripala De Silva, appena sceso da un Canadair giallo.
"Il cibo c'è: il problema è la distribuzione, i trasporti: le strade costiere sono interrotte in molti punti. Nei primi giorni poi eravamo anche a corto di veicoli; ora il problema è superato". Si dice che cargo di cibo e derrate siano ferme negli aerei al'aereoporto civile, chiedo. "Non è così. Tutto ciò che è arrivato per accordi con il nostro governo è stato scaricato e mandato a destinazione. E' vero però che diverse organizzazioni non governative hano mandato cose ma poi non hanno avuto l'efficienza di organizzare lo scarico, i trasporti, l'immagazzinaggio: e questo ha creato dei ritardi. Ora gli abbiamo dato ordine di sgomberare tutto entro 48 ore". Già, serve criterio anche negli aiuti: mandare i panettoni è inutile.
Chiedo di chiarire l'ennesimo allarme lanciato dall' Organizzazione mondiale della sanità: dice che mezzo milione di persone nella sola Sri Lanka sono a rischio se non avranno a disposizione acqua potabile. "Al momento le cose sono sotto controllo, non è segnalato alcun caso di malattie infettive", ci risponde il ministro tra il frastuono degli elicotteri. "Abbiamo preso tutte le precauzioni, a comincare dalla distribuzione di acqua potabile e di strutture igieniche, con l'aiuto dell'Oms abbiamo distribuito pastiglie di cloro e piccoli serbatoi per l'acqua. Ma il problema è che abbiamo almeno un milione di sfollati, persone che si sono raccolte in 780 campi, ed è ovvio che l'affollamento in situazione precaria favorisce le malattie".
Rimettiamo le cose a posto, però: "L'emergenza suscita timori", dice il ministro, "ma al momento non si segnala un solo caso di colera né altre malattie infettive". L'affermazione del ministro è nella sostanza confermata da tutti gli operatori e medici sentiti in questi giorni: dagli ungheresi che stanno vaccinando contro il tifo gli sfollati di Galle, ai bomberos spagnoli che assistono il migliaio di profughi di una scuola di Kinniya, nel nord-est. Certo, il pericolo è presente, la situazione è fragile - intere zone orientali, tra Batticaloa e Ampare, sono semi-allagate dalle grandi piogge riprese in questi giorni dopo un autunno di alluvioni, e questo certo non aiuta. "Abbiamo dato istruzione ai medici e ispettori sanitari di isolare immediatamente eventuali casi di malattie infettive, o di trasferirli al più vicino ospedale, per fermare subito la diffusione" (il ministro è interrotto da una telefonata: "Era la presidente, dice che dobbiamo costruire più latrine"). Continua: "I campi di sfollati sono venuti su in modo spontaneo, ovunque ci sia un riparo. Ora vogliamo trasferirli in strutture più adatte: abbiamo già identificato i siti, abbiamo le tende, le infrastrutture. Cercheremo di riunirli, 780 è un numero molto alto". Insomma, il governo prepara veri e propri campi di sfollati per sgomberare i templi, scuole e altre strutture pubbliche che li hanno accolti nell'immediato: anche perché prima o poi bisognerà riaprirle, le scuole: "prima si riesce a ristabilire la normalità, meglio". Per quanto tempo Sri Lanka avrà i suoi campi di sfollati? Una settimana, due, dipende dalle situazioni, "ricostruire le case porà prendere fino a sei mesi". Ed è proprio per questo, aggiunge il ministro, che "abbiamo deciso di distribuire una ration card , una tessera che da diritto a ricevere derrate alimentari e assistenza: così anche chi riesce a tornare nel proprio villaggio, anche se in situazione ancora provvisoria, manterrà i diritto a ricevere aiuto. Vogliamo incoraggiare a riprendere appena possibile la vita normale".

L'ospedale sulla spiaggia.
Parte della logistica dei soccorsi poi sarà ricostruire le strutture sanitarie, e già questo significa andare oltre la primissima emergenza. Quindici ospedali sono andati distrutti dall'onda di maremoto, piccole strutture che però servivano interi distretti con decine di migliaia di abitanti - ma avevano il "difetto" di trovarsi entro poche centinaia di metri dalla spiaggia. Così è venuta meno l'assistenza sanitaria "normale": il problema dei soccorsi oggi non è tanto o solo curare i feriti quanto rimettere in piedi un normale servizio. Questo il governo di Sri Lanka ha chiesto ai soccorritori venuti da un po' tutto i mondo: la Protezione civile italiana ad esempio ieri ha firmato un accordo per riabilitare e riequipaggiare da cima a fondo gli ospedali di Matarà (all'estremo sud) e di Kinniya (presso Trincomalee, dove già una squadra di medici genovesi sta lavorando con un ospedale da campo), oltre a mantenere finché sarà necessaria l'attività dell'unità chirurgica a Unawatuna, vicino a Galle. E qualcosa di analogo stanno facendo altre nazioni.
Poi si tratta di aiutare la ricostruzione - a cominciare dalle economie locali: basate sul turismo in alcune zone, sulla pesca nelle altre. E non solo: ieri il ministero dell'agricoltura qui ha lanciato un sos per salvare i raccolti di riso nei distretti orientali, Batticaloa e Ampara. Le risaie là stanno benissimo, nonostante le inondazione dei due mesi scorsi, ma bisogna organizzare il raccolto. Pare che sarà un ottimo raccolto, e questa è almeno una buona notizia.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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