Una colonna di camion è entrata nel primo pomeriggio di domenica a Trincomalee, il capoluogo della costa nord-orientale di Sri Lanka, cittadina di 60mila abitanti che è anche una delle "frontiere mobili" del conflitto che per vent'anni ha attraversato questa regione. Altri convogli seguono. Finora erano arrivati col contagocce e per lo più in modo disordinato, mobilitazione più o meno spontanea. Ora sono colonne di veicoli numerati: a una settimana dal disastro che ha colpito queste coste affacciate sull'oceano Indiano, i soccorsi assumono un aspetto più organizzato. Ma la cosa più delicata è la distribuzione: "Bisogna che gli aiuti arrivino a chi ne ha bisogno", fa notare padre George Dissanaiake, parroco di Trincomalee: ed è un'osservazione meno ovvia di quel che sembra, in una provincia a popolazione mista dove si alternano zone controllate dai "governativi" e altre controllate dal movimento armato della minoranza tamil.

Costretti a collaborare.
"Speriamo che continui così", sospira Jan Ledang, responsabile per la regione di Trincomalee della ‟Sri Lanka monitoring mission”, o Slmm: è la missione civile sponsorizzata dai paesi nordici per sorvegliare la tregua firmata nel febbraio del 2002, con la mediazione della Norvegia, tra l'esercito di Sri Lanka e il Movimento di liberazione della patria Tamil, Ltte - meglio noto come "le Tigri". È molto soddisfatto, il signor Ledang. Sabato sera ha convocato attorno allo stesso tavolo il comandante della regione militare di Trincomalee e il suo corrispondente delle Tigri: "Nei giorni scorsi c'erano stati episodi allarmanti, accuse reciproche di aver sottratto e dirottato verso la propria gente camion di derrate e soccorsi. A Trincomalee città c'erano stato momenti di tensione che potevano facilmente finire in riots , scontri tra le diverse comunità. La situazione stava diventando pericolosa". Storie di soccorsi "dirottati"- qui e in altri distretti - sono stati riferiti dai giornali e amplificati nel passaggio di bocca in bocca, attribuiti ora alle Tigri, ora alla polizia, ora a uno dei partiti della maggioranza di governo. Il capo degli osservatori dunque ha convocato le parti e chiesto di evitare le voci, garantire invece che gli aiuti arrivino a destinazione. "Il risultato è ottimo. Hanno accettato di buon grado, si sono scambiati i telefoni per mettersi in contatto in caso di bisogno, e anche informazioni sulla dislocazione delle mine. L'accordo è che i soccorsi saranno scortati dalla polizia nelle zone governative e dal Ltte nelle zone sotto loro controllo. Già oggi non abbiamo più avuto segnalazione di incidenti".
Ecco dunque che colonne di camion arrivano ai villaggi e ai centri di raccolta degli sfollati. A una settimana dal disastro, la situazione resta drammatica. Con le strade litoranee mangiate in più punti dall'onda di tsunami, molti villaggi costieri restano di difficile accesso - per questo sono tanto importanti gli elicotteri o i canadair. In una costa bassa e disseminata di lagune, molti villaggi resteranno inabitabili a lungo perché restano allagati. Le popolazioni sopravvissute cercano riparo all'interno, su terreno asciutto, e si sono raccolte in quelli che qui chiamano "campi profughi" - ma sarebbe meglio dire sfollati accampati in scuole, a volte templi. E' la che vanno portati acqua e cibo, e va organizata l'assistenza. Nelle ultime ore la polizia o l'esercito sono entrati in villaggi tamil per aiutare, con l'accordo delle Tigri: "Solo pochi giorni fa sarebbe stata una provocazione", fa notare Ledang. E cita casi sparsi di villaggi tamil che hanno aiutato i vicini cingalesi o viceversa, ben prima dell'accordo tra i comandanti (storie di "buon vicinato" del resto hanno attraversato anche i momenti più duri della guerra).
Le autorità centrali e le Tigri hanno cominciato davvero a cooperare. Certo, i malintesi restano. Ieri i giornali riferivano che le Tigri hanno incendiato un rifugio di sfollati tamil, nel distretto settentrionale di Jaffna, per "punirli" di aver accettato soccorsi dall'esercito. Su TamilNet lo stesso episodio è riferito all'inverso, l'incendio sarebbe stato appiccato dall'esercito - non abbiamo conferme indipendenti di nessuna delle due versioni. Del resto nella sede del Ltte, nel centro di Trincomalee, il capo politico locale delle Tigri mi snocciola una litania di lamentele verso il governo centale che discrimina i tamil nell'ora del disastro. "Noi chiediamo di gestire i soccorsi e la ricostruzione nelle nostre zone", dice S. Elilan, e accusa: il governo "imbroglia", fa mostra di cooperare per guadagnarsi la fiducia e gli aiuti internazionali ma è solo fumo negli occhi.

Una tregua fragile.
"L'importante è che i soccorsi arrivino, e che siano distribuiti equamente", insiste il parroco. Trovare Padre George non è difficile, in questo piccolo centro abitato dove i punti di riferimento sono gli edifici in stile coloniale dell'amministrazione pubblica o il piccolo forte portoghese proteso nella baia: tutti conoscono the Cathedral, una chiesa costruita dai portoghesi un paio di secoli fa, all'inizio della storia coloniale. Padre George è anche il segretario del ‟Citizen Committee”, il comitato dei cittadini formato già durante la guerra con i rappresentanti di ciascuna comunità presente nel distretto: la popolazione qui è un terzo tamil, un terzo cingalese e un terzo musulmana, e questa parità statistica, dice il parroco, fa di Trincomalee una sorta di laboratorio della convivenza in un paese plurireligioso e plurietnico (resterebbe da chiarire perché l'appartenenta religiosa - i musulmani - costituisca una "comunità" tanto quanto l'appartenenza etnico-linguistica, tamil e cingalesi).
Dunque: il Comitato dei cittadini è l'organismo indipendente e neutrale in cui siedono i brahmini hindù, i maulvi (mullah musulmani), il parroco cattolico, i rappresentanti dei monaci buddhisti, quelli delle organizzazioni tamil e cingalesi, le autorità municipali. Ai tempi della guerra mediava tra le forze di sicurezza e i cittadini: era l'unica protezione per la popolazione civile delle diverse comunità sottoposte a abusi. "Ora c'è la tregua, la sicurezza quotidiana è nettamente migliorata", spiega il parroco, persona conosciuta e rispettata da tutte le comunità. Ora tocca a loro gestire l'emergenza in modo che nessuna comunità si senta discriminata: "La gente ci guarda. Sarebbe un disastro se il risultato fosse creare nuovi risentimenti".
Quella che vige a Sri Lanka infatti è una tregua fragile, anche perché il processo di dialogo politico cominciato dopo la firma del cessate-il-fuoco con la mediazione dei "facilitatori" norvegesi è ora bloccato. La stessa tregua era ormai "sotto forte pressione", secondo le parole di Jan Ledang. Il lavoro degli osservatori qui è complicato: non c'è una chiara linea del fronte da controllare ma un territorio a "macchie", con zone di cui è riconosciuto il controllo dell'una o del'altra parte e altre zone "disputate". Per questo Trincomalee è la provincia più delicata di quel terzo di Sri Lanka dove vive popolazione tamil: a metà degli anni `90 una precedente tregua era crollata proprio qui. Il rischio di incidenti è alto, gli osservatori hanno raccolto in quasi due anni almeno 800 "lamentele" dall'una o l'altra parte: accuse di reclutamento di bambini-soldato, o ingresso di uomini armati in zone sotto il controllo altrui, o maltrattamenti delle forze armate verso la popolazione tamil. A ogni denuncia gli osservatori contattano l'altra parte, chiedono conto, mediano. A volte gli incidenti sono più gravi: disinnescarli con rapidità spetta a loro, 11 persone per questo grande distretto, tutti civili con un retroterra militare. Ora il capo degli osservatori si dichiara ottimista, ma la tensione negli ultimi tempi era salita. Padre George è più esplicito: "Tutti ci aspettavamo per gennaio il collasso della tregua".

"L'intervento divino".
Poi però l'onda di tsunami si è abbattuta con eguale violenza su tamil e cingalesi, hindu e buddhisti, cristiani e musulmani. E le cose sono cambiate. "Io sono un uomo di fede e dico che è un intervento divino", dice padre George. Anche lui racconta una mobilitazione spontanea al di là delle linee etniche o religiose. Il Comitato dei cittadini discuterà proprio oggi come istituire una task force indipendente che rappresenti tutte le comunità e anche le due autorità costituite - il governo e le Tigri, "la riabilitazione non si può fare senza di loro". Tutti hanno avuto perdite pesanti: ora sono costretti a concentrarsi sulla catastrofe. "Dobbiamo usare l'opportunità che la natura ci ha mandato".
Certo, le questioni politiche che avevano bloccato il processo di pace nell'ultimo anno restano: ma ora entrambe le parti devono dedicarsi al soccorso e poi alla ricostruzione delle economie devastate, a sud e a nord. In termini meno "divini", per il Ltte non sarà facile raccogliere le "tasse" dalla popolazione sotto suo controllo perché le famiglie sono rimaste impoverite. Nessuna delle due parti si può permettere di passare per quella che ha rifiutato la pace. Con qualche difficoltà, le Tigri e il governo sono stati costretti a lavorare sullo stesso fronte - è questa l'opportunità in cui sperano il parroco, il comitato dei cittadini, gli osservatori internazionali.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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