La vista della spiaggia è desolante. Detriti, pezzi di reti, tronchi d'albero, mucche che cercano qualcosa da masticare nell'ammasso di rami e macerie. L'onda di maremoto ha sfondato i muri delle case che orlano Sandy Bay, sobborgo di pescatori sulla costa di Trincomalee che guarda verso il mare aperto. Alcune di queste modestissime case di muratura sono ancora in piedi, almeno la parte più ritirata dalla spiaggia. Qualche suppellettile si è salvata. Non le barche: sono ridotte a rottami di legno dipinto sparsi ovunque. Con le barche è svanito il lavoro, spiega il signor W.T.S. Fernando, noto come Mahatun Ayah: ayah significa "fratello maggiore" in lingua cinhala e il signor Fernando è un leader riconosciuto di questa piccola comunità di pescatori. Infatti siede nel Comitato cittadino che ormai da molti anni gestisce la convivenza civile in questa cittadina, capoluogo delle province di nord-est di Sri Lanka.
Capelli grigi, in camicia e sarong a quadrettini (la pezza di stoffa arrotolata e annodata ai fianchi), il signor Fernando mostra la sua stessa casa: l'acqua qui ha raggiunto un paio di metri, come testimonia il segno sui muri. Lui aveva delle reti di quelle a deriva, lunghe mille metri, belle nuove e arrotolate nel cortiletto di ingresso: sono sempre là, ma zuppe d'acqua. La barca invece non c'è più. Accanto, la casa del fratello è nelle stesse condizioni. E così tutte le altre. Chi aveva le reti sulla spiaggia le ha perse. Fernando riassume: 60 famiglie vivono nelle case che orlano questa spiaggia e 120 in tutto il sobborgo, quasi 90 persone sono state inghiottite o uccise dal mare. E i sopravvissuti sono rimasti senza i mezzi per lavorare e guadagnarsi da vivere.
Come Sandy Bay, decine di migliaia di villaggi e sobborghi di pescatori sulle coste meridionali, orientali e settentrionali di Sri Lanka sono rovinati. Il ministero della pesca ha tentato qualche prima stima: l'80% delle barche da pesca sono andate distrutte, nove porti pescherecci sono impraticabili per gli effetti dello tsunami. Non si tratta di grandi flotte industriali, a Sri Lanka: per barche si intendono dalle piccole giunche a motore ai piccoli pescherecci, e un inventario preciso di quanto costerà rinnovare la flotta è ancora da fare. Per il signor Fernando una barca come quella che ha perso (giunca a motore) significa una spesa di 78mila, 80mila rupie: dunque 780 o 800 dollari, "ma forse ora sono aumentate, non lo so". Con le loro giunche qui si spingevano a pescare fino a 30 miglia da Sandy Bay. Imbarcazioni più grandi possono comportare una spesa di 2.000 dollari, ma poi c'è anche il motore fuoribordo, il cui costo può raggiungere le 150mila rupie, 15mila dollari - ovviamente dipende dalla potenza del motore. In ogni caso, i pescatori di questo sobborgo non hanno cifre simili da tirare fuori da un momento all'altro: e anche questo vale per gli abitanti anche di altre decine di migliaia di villaggi.
Certo, le cifre snocciolate qualche giorno fa dal governatore della Banca centrale di Sri Lanka, quando ha presentato il rapporto sulla crescita nel terzo quadrimestre del 2004, dicono che la pesca incide per solo il 2 percento del prodotto interno lordo - non è una produzione da export come il tessile o il tè ma per il mercato interno, e non è di quelle attività che portano valuta straniera come il turismo. E però anche il mercato interno conta: dal 26 dicembre qui le barche non escono in mare, neppure quelle che si sono salvate, o quelle della costa occidentale risparmiata dal maremoto. E poi, sulle coste la pesca è la principale attività economica (insieme al turismo, concentrato però nel sud e alcune zone dela costa orientale). Nel nord-est, in gran parte controllato dalle Tigri per la liberazione Tamil, la pesca conta per il 70% del reddito. E tremila pescatori sono morti o scomparsi nel distretto di Mullaitivo, 2.000 in quello di Jaffna. A Sandy Bay va già bene che la comunità è riuscita a restare nelle proprie case, salvando il salvabile: altrove, a centinaia di migliaia le famiglie di pescatori hanno perso anche il tetto e sono ora nei campi di sfollati - a cominciare dalla vicinissima isola di Kinniya, appena a sud. L'industria della pesca contribuirà forse poco all'economia nazionale, ma nella fasca costiera colpita dallo tsunami è (era) la principale fonte di reddito.

Salvare il salvabile
Nella capitale Colombo il mercato all'ingrosso del pesce è deserto. Pochi banchetti fatti di cassette rovesciate espongono qualcosa: per lo più tonnetti e qualche pezzo di tonno più grande da tagliare a trance, una cassa di gamberi dal colore dubbio, poco altro. Il pavimento è lurido, grossi pezzi di teste o pinne di pesce giacciono a terra in pozzanghere fetide, i corvi riescono a mettere a segno dei furti. In tempi normali qui ci sarebbero 200 banchi in attività, ciascuno con suppergiù cinque persone - un migliaio di posti di lavoro sono a rischio. Di solito il pesce qui arriva da Trincomalee, Batticaloa, o da Galle e Matarà nel sud, spiega uno dei rivenditori. Ma ora nessuno pesca, e la roba che vedo risale a prima del 26 dicembre. Il ministero della pesca calcola che ci fossero circa 100 tonnellate di pesce nei magazzini refrigerati, al momento del disastro. Ora non vendono: e infatti il prezzo di quei tonnetti è sceso di un terzo, da trecento a 200 rupie al chilo, o almeno era così tre giorni fa. Nessuno compra perché si è diffusa una sorta di psicosi, in Sri lanka: che il pesce sia malsano perché i cadaveri delle vittime hanno contaminato l'acqua del mare, o perché i pesci si sono cibati dei cadaveri. Nessuna delle due cose è vera, e ieri il ministro della pesca ha lanciato un appello per dire che il pesce è buonissimo. Ma certo, finché al mercato c'è roba vecchia è difficile invogliare i consumatori. Del resto a Galle qualcuno potrebbe tornare a pescare, anche se il porto andrà dragato dai sedimenti portati dal maremoto prima di poter riaprire al traffico: qualche barca tirata in secca si è salvata, ci sono delle canoe tradizionali. Ma a che pro pescare se poi nessuno vuole consumare: qualche ristorante di quella costa turistica ha promesso di comprare tutto il pescato, purché le barche si rimettano i mare, ma la diffidenza è ancora troppa. Ci vorrà tempo perché i srilankesi tornino a mangiare pesce. Il porto di Trincomalee non è tra i più danneggiati, ha riaperto pochi giorni dopo lo tsunami: la città è all'interno di una grande baia naturale. Nella baietta interna un paio di decine di barche galleggia tranquilla. Ma questo non basta a evitare la rovina per i pescatori.
Poche centinaia di metri da casa Fernando, una palazzina a un piano che consta di una sola grande stanza è la sede della Manayaveli Sandy Bay Division Fisheries Co-op Society, la cooperativa dei pescatori di questo sobborgo. Dentro, un giovane uomo annota qualcosa in un registro. E' la lista delle famiglie colpite e i danno subìti. Il governo ha cominciato a parlare di aiuti per i settori dell'economia danneggiati: "Quando arriveranno però non sappiamo. Ho sentito che il 15 gennaio il governo annuncerà misure per il sostegno all'economia, speriamo", dice leader della comunità. Qui spiegano che in tempi normali il reddito di un pescatore oscilla in modo notevole, tra le 1.500 e le 10mila rupie al giorni (tra 10 e cento dollari). Spiegano anche che qui vendono tutto al mercato del pesce di Trincomalee a intermediari che poi lo strasferiscono a Colombo in camion: a fissare il prezzo è l'intermediario. Facile capire che al pescatore restano pochi dei soldi che pagherà l'acquirente finale di quel pesce.

Servono 1,3 miliardi di dollari
Il passaggio dai dati macroeconomici all'economia del villaggio di pescatori ha degli aspetti crudeli. Ma questo non vale solo per la pesca. La banca centrale ieri ha stimato che serviranno 1,3 miliardi di dollari per coprire i danni portati dalo tsunami alla rete stradale, infrastrutture, case, attività produttive come la pesca e il turismo. Intanto a Colombo la Borsa sale, in questi giorni, e i giornali pubblicano commenti di analisti economici: "la fiducia degli investitori" è tornata, dopo lo tsunami, perché si è allontanata la prospettiva di una ripresa della guerra tra il governo centrale e il movimento armato tamil. Anche le quotazioni della rupia sono in salita, e tutti attribuiscono la cosa alla promessa di aiuti e prestiti. Certo, ci sarà da ricostruire strade e ferrovia, e infrastrutture turistiche: un quarto delle quasi 14mila stanze d'albergo di cui dispone il paese sono state danneggiate. E negli alberghi rimasti intatti saranno da ristrutturare cucine e parti di servizio, di solito a piano terra. Ma nessuno teme una flessione significativa dell'arrivo di turisti, quasi 600.000 nell'anno 2004: certo, questa era prprio l'alta stagione, ma le associazioni alberghiere si dicono decise a riprendere il lavoro per pasqua. A vedere le coste sembra un calcolo ottimista. Ma in fondo Sri Lanka non ha solo spiagge: e in questi giorni, lungo i percorsi storici dell'interno tra antichi templi e parchi naturali, le lodges turistiche sono affollate.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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