L’applicazione degli Ias/Ifrs, i nuovi principi contabili internazionali, apre problemi nuovi, ma senza scatenare tempeste, anche nelle grandi imprese. I passaggi critici saranno l’attribuzione del fair value, il valore equo al quale un’attività può essere scambiata e una passività estinta, alcune voci dello stato patrimoniale, e l’impairment test, ovvero la verifica annuale del valore dell’avviamento e dei beni immateriali a durata indeterminata o superiore ai 20 anni. Naturalmente, non si parte da zero. Anche con i principi contabili nazionali in vigore fino al 2004 ci si doveva interrogare sul valore degli attivi. Per esempio, il valore di bilancio delle licenze Umts, pagate tre anni fa 2,4 miliardi di euro ciascuna da Tim, Vodafone, Wind e H3G dovrebbe essere quasi azzerato, visto che oggi 10 megahertz, secondo il Codice delle comunicazioni, potrebbero essere scambiati a circa 200 milioni. Ma le aziende osservano che una cosa è il prezzo delle mere frequenze, ben altra invece è il valore delle stesse in mano a chi il servizio Umts lo fa. Il principio del fair value, invece, risulta più stringente nel caso si voglia cedere un’attività. L’Enel, per esempio, ha messo in vendita Wind che ha a bilancio per 6,3 miliardi. Come farà a evitarne la svalutazione se ha ricevuto finora una sola offerta che stima la società telefonica poco più di 5 miliardi? L’impairment test si applica in particolare agli avviamenti, che sono i sovrapprezzi pagati rispetto al patrimonio netto calcolato al fair value, quando questi superino i 20 anni: si tratta di un’attività immateriale che banchieri come Enrico Cuccia giudicavano talvolta la spia di un errore, mentre chi fa l’investimento li giustifica sempre come un valore recuperabile con i flussi di cassa attesi. Fino al 2004, gli avviamenti venivano ammortizzati in periodi variabili dai 5 ai 20 anni, ma con la possibilità, più volte sfruttata, di diluire l’onere fino ai 40 anni, a seconda del risultato che si voleva mostrare in bilancio. Ora gli Ias pongono una più rigida barriera di 20 anni superabile solo in rare circostanze e con ragioni dimostrabili, ma in questo caso chiedono agli amministratori di verificare ogni anno se l’attività è in grado di generare un ritorno adeguato all’esborso sostenuto: se sì, il valore di bilancio resta intatto e non si ammortizza più nulla con beneficio dell’utile; se no, si registra l’intera perdita di valore e ci si rassegna a un conto economico peggiore. Si può avere un’idea di quel che accadrà confrontando la versione nazionale e quella americana dei bilanci delle società italiane quotate a Milano e New York: gli US Gaap, i principi contabili americani, non sono uguali agli Ias, ma in questi punti sono simili. Ebbene, la società italiana che sopporta gli avviamenti più pesanti, ovvero Telecom Italia, con gli US Gaap non ammortizza gli avviamenti e così può dichiarare un profitto di 1,8 miliardi invece di 1,2. E la Pirelli, invece, che ha in carico la partecipazione Telecom a 4,2 euro per azione contro i 3 delle quotazioni correnti? La Pirelli non svaluterà perché non intende uscire dalle telecomunicazioni e quindi sul prezzo di mercato prevale il valore d’uso in quanto ritiene che Telecom possa ripagare nel tempo il suo investimento. Semmai, per adeguarsi agli Ias, annoterà tra i debiti l’impegno a riacquistare le partecipazioni delle banche in Olimpia, la scatola che contiene il pacco di controllo di Telecom, registrato nel 2003 tra i conti d’ordine, e cioè fuori bilancio. Svolta alla quale Pirelli si sta preparando dall’anno scorso accantonando risorse. Con gli Ias, insomma, tutto dovrebbe diventare un po’meno arbitrario e un po’più aderente alla realtà. Dovrebbe, perché cambiano i principi contabili ma non gli uomini né gli interessi.
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Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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