Il governo indonesiano ha decretato che i soccorritori internazionali dovranno ormai chiedere il permesso alle forze armate per muoversi nella provincia di Aceh, disastrata dal terremoto del 26 dicembre scorso. Il capo delle operazioni di soccorso, Budi Atmaji, ha dichiarato in una conferenza stampa ieri mattina che è una questione di sicurezza: l'esercito non può garantire la sicurezza degli stranieri - per questo le agenzie internazionali, Nazioni unite o altro, non dovranno avventurarsi senza permesso fuori dalle città di Banda Aceh (il capoluogo) e Meulaboh, a sud, ad appena 150 chilometri dall'epicentro del terremoto. L'ingiunzione ha suscitato sorpresa tra le organizzazioni internazionali. "Abbiamo la scorta di polizia presso i nostri uffici qui, ma non abbiamo ragione di credere che il Gam voglia attaccarci", ha dichiarato all'agenzia Reuter Mike Higgins, portavoce del Programma Alimentare Mondiale a Banda Aceh. Gam sta per Movimento Aceh Libera, movimento armato che tra trent'anni di batte per creare uno stato indipendente a Aceh: secondo il governo sarebbero loro il problema di sicurezza. In Australia, anche il ministro degli esteri Alexander Downer ha minimizzato, in un'intervista alla radio nazionale: "Mi sembra improbabile che il Gam cominci ad attaccare i soccorritori stranieri, ed è anche improbabile che estremisti islamici, giunti nel territorio per fornire assistenza, ... attaccheranno altri soccorritori".
I ribelli acehnesi da un lato, gli estremisti islamici dall'altro: i soccorsi si sono trasformati in un'occasione per diverse battaglie di potere e influenza politica in Indonesia.
La provincia all'estremo settentrione di Sumatra, 4 milioni di abitanti, è dal maggio del 2004 formalmente in regime di "emergenza civile" molto simile alla legge marziale (che era stata in vigore per tutto l'anno precedente). Dal maggio del 2003 dunque nessun giornalista straniero era autorizzato a mettere piede nella provincia, la stampa locale era sotto strettissimo controllo, le garanzie giurisdizionali sospese: l'esercito ha lanciato allora l'operazione militare più massiccia dai tempi dell'invasione di Timor Est nel 1974, con 30mila soldati.
Dopo il 26 dicembre entrambe le parti hanno compiuto gesti conciliatori, ma poi sono cominciate le accuse reciproche. Il ministro degli esteri indonesiano Hassan Wirajuda ieri ha dichiarato alla Bbs che il governo ha raggiunto con il Gam un "gentlemen agreement", un tacito accordo per non lanciare azioni offensive: "Non è un cessate-il-fuoco, nel senso di un accordo formale, ma un modo pratico per permettere a entrambe le parti, soprattutto alle nostre truppe, di aiutare le vittime".
Il capo delle forze armate indonesiane, generale Endriartono Sutarto, ha aggiunto di aver cercato un contatto con il Gam per raggiungere una formale tregua, ma dice che i ribelli non hanno risposto: "Dunque ho deciso di mandare le truppe a proteggere tutti i soccorritori stranieri", ha dichiarato al Jakarta Post , principale quotidiano in lingua inglese in Indonesia. Il Gam per la verità ha dichiarato attraverso i suoi portavoce all'estero di non aver nessuna intenzione di attaccare i soccorritori.
Poi ci sono gli estremisti islamici, evocati dal ministro degli esteri australiano. E' un fatto: Aceh ha visto arrivare in questi giorni migliaia di volontari islamici, militanti di gruppi più o meno estremisti ma tutti molto politicizzati. Ci sono i volontari del Pks, Partito della giustizia e prosperità, che si batte contro la corruzione, per programmi sociali e per proclamare la legge islamica in Indonesia (cioè modificare la Costituzione laica): sono stati tra i primi a organizzare soccorsi, già nelle prime ore, accusando le autorità pubbliche di essere in letargo.
Soprattutto però ci sono gruppuscoli assai più estremisti e meno pacifici. C'è il Fronte dei Difensori dell'Islam, che combatte con la violenza l'alcool, il gioco d'azzardo e la prostituzione: l'arrivo dei suoi volontari a Aceh (si voli militari o charter speciali) è stato favorito dal vicepresidente Yusuf Kalla, come ha candidamente dichiarato il leader del gruppo a Banda Aceh. E poi c'è il Majlis Mojaheddin Indonesia (Mmi), coordinamento di gruppi islamisti fondato nel 2002 da alcuni religiosi tra cui Abu Bakar Ba'asyir, considerato il fondatore e capo della Jemaah Islamiyah, rete che ora è accusata di stare dietro a diversi attentati tra cui la strage di Bali nell'ottobre 2002. Anche i volontari del Mmi sono protetti dall'esercito, come testimonia la loro tenda nell'accampamento presso l'aereoporto di Banda Aceh. Fanno dichiarazioni virulente contro i marines americani coinvolti nei soccorsi: "Se ci sono spie tra loro, Allah schiacci gli Stati uniti" (la cosa non è sfuggita ai soccorritori statunitensi che hanno sollevato il nproblema con il governo di Jakarta, scrive il ‟New York Times”).
Paradosso: Aceh è in maggioranza musulmana e il Gam ha rivendicato la sharia, ma è mosso più dal nazionalismo che dalla religione. Mentre i "Difensori dell'Islam" e simili gruppuscoli sono sempre stati lo strumento di guerre sporche manovrate dalle élites nazionaliste a Jakarta. Tanto che il Gam ha protestato: l'esercito, dice, ha "favorito l'arrivo di questi gruppi criminali" per fini politici.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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