Parliamo di "diritti"? Cinquant’anni di corporativismo e clientelismo democristiano hanno imposto un modello di società dal quale si pena ad uscire. È il sistema delle clientele che paralizzano le dinamiche politiche e sociali, oggi esasperato dalle spinte identitarie. Le rivendicazioni di identità sono premessa a ogni processo di fascistizzazione, e la sottomissione dei diritti al puro fatto identitario di "avere il diritto" (rivendicare il diritto di rivendicare un diritto), è all’origine dell’attuale conflittualità sociale statica e dualistica. Per esempio, i diritti degli insegnanti e del lavoratori precari contro quelli di ruolo, o che godono di diritti acquisiti, dei giovani contro gli anziani, degli omosessuali contro gli etero, in una catena che ripropone lo stesso schema, fino ai fumatori contro i non-fumatori. Potrei anche fare l’esempio delle badanti immigrate che, appena assunte, hanno una tale ubriacatura di diritti da porsi subito in contrapposizione, in una guerra tra poveri, con gli anziani cui prestano soccorso, trasformati bruscamente in "datori di lavoro". (E se è ovvio che chi è escluso dall’esercizio dei diritti fondamentali li rivendichi, la sinistra e i sindacati dovrebbero rivendicare, accanto ai diritti delle badanti, una politica sul diritto alla vita degli anziani). Per non favorire anche a sinistra la creazione di lobby dovute all’enfatizzazione delle identità, basterebbe rifarsi alla Costituzione, che parla di opportunità e diritti per tutti, senza rivendicare "quote" per donne, omosessuali e minoranze varie, in un furore tassonomico di generi, specie e minoranze varie. Il problema non è stabilire chi ha o non ha diritto a qualcosa, ma affermare una visione che allarga e non preclude, una visione sistemica in cui (per esempio) i diritti delle badanti e degli anziani, degli insegnanti di ruolo e dei precari, degli omosessuali e dei non, ecc., trovino un’articolazione comune capace di produrre reali legami sociali. Rielaborare una logica sistemica dei legami sociali è l’unico antidoto alle lobby, alle rivendicazioni identitarie e a quella di riserve indiane. Meno identità, ma anche meno legislazione: la proliferazione di leggi non significa una maggiore estensione dei diritti. Un’altra critica deve investire infatti la rivendicazione di diritti inesistenti, come quello, clamoroso, di avere dei figli. Posto che le donne hanno il diritto di usare lo sperma che credono, anche quello eterologo, anonimo e "straniero", procreare non lo è, come non è un diritto quello di trovare l’amore. La rincorsa assumerebbe un’escalation da commedia, con rivendicazioni sempre più scorporate dai valori e da una visione del mondo (es.: la destra riapre le case chiuse, la sinistra vuole calmierare i prezzi per i non abbienti, e rivendica l’assenza di barriere architettoniche nei bordelli per i disabili, dove il leghista vuole solo prostitute padane, e via delirando). In un momento in cui un governo illiberale vara una legiferazione forsennata per distrarci da altri disastri, è di sinistra rivendicare una sospensione del giudizio (e delle leggi) preservando l’ambiguità di certi oggetti sociali, preservando la facoltà di non decidere per forza (sul corpo, la maternità, la sessualità, ecc.).
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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