È crudele il bilancio tracciato dalla Banca Asiatica di Sviluppo (Adb) del maremoto del 26 dicembre, con la sua onda di tsunami che ha travolto almeno sette paesi affacciati sull'oceano Indiano. Crudele, perché la Banca dice che l'impatto macroeconomico complessivo della tragedia sarà probabilmente "limitato e marginale" nonostante i 160mila morti: ma avverte che 2 milioni di persone, abitanti delle regioni costiere colpite, saranno precipitate nella povertà. Mai è stato così chiaro che tra crescita economica e benessere (o "sviluppo umano") delle popolazioni non c'è un nesso lineare.

"La povertà è potenzialmente il più importante effetto di questo disastro naturale", ha dichiarato ieri il capo economista della Banca Asiatica, Ifzal Ali, a Manila (Filippine) dove ha presentato il documento. Si tratta di un bilancio preliminare, beninteso. Dice che nonostante lo spaventoso bilancio umano, oltre 160mila morti, il maremoto del 26 dicembre peserà poco sulla crescita economica globale della regione.
Le due economie che ne risentiranno di più sono quelle di Sri Lanka e delle Maldive, perché sono paesi piccoli (le Maldive piccolissime), hanno grandi deficit fiscali e sono molto dipendenti dal turismo e dalla pesca, cioè le due industrie più colpite. L'Indonesia se la caverà meglio perché la provincia più colpita, Aceh, conta per appena il 2% del Prodotto interno lordo (e il 2% della popolazione) dell'intera nazione. Inoltre è una provincia rurale: l'unica zona industriale importante, quella di Lhokseumave dove si trovano i terminal dei pozzi di gas naturale e le raffinerie, è sulla costa orientale di Aceh e non è stata colpita.
India e Thailandia potrebbero addirittura guadagnare dal disastro, in termini di crescita economica, per l'effetto moltiplicatore che avrà la ricostruzione: "La ricostruzione richiede nuovi investimenti che avranno un impatto positivo. E gli investimenti si traduzono in posti di lavoro. Dunque è possibile che l'impatto economico complessivo finisca in qualcosa di positivo", dice il rapporto ("Sarà crudele a dirsi ma è così che funzionano le economie", ha commentato Ali). Gli aiuti promessi dalla comunità internazionale andranno ovviamente ad alimentare questo circolo virtuoso. L'india ad esempio ha chiesto alla Banca Mondiale e a quella Asiatica aiuti per la ricostruzione a lungo termine (dopo aver rifiutato soccorsi d'emergenza, che era in grado di provvedere da sola). Qualche economista suggerisce che per paesi come la Thailandia o l'Indonesia sarà alla fine molto più costosa l'infuenza aviaria dello tsunami.
E però, proprio gli elementi che proteggono i dati macroeconomici sono quelli che condannano due milioni di persone alla povertà. Ovvero: l'impatto macroeconomico dello tsunami sarà leggero soprattutto perché le aree e la popolazione colpita sono rurali e incidono poco sulla crescita economica dei rispettivi paesi. Ma per quelle popolazioni rurali sarà una tragedia. Il rapporto della Banca Asiatica quantifica: nelle aree colpite, circa 300 milioni di persone viveva già prima dello tsunami in povertà (definita qui come un reddito che oscilla tra 25 e 78 centesimi di dollaro al giorno). E' un dato che fa già abbastanza impressione in sé, ma a queste si aggiungeranno 645mila persone in India, 250mila in Sri Lanka, metà dei 300mila abitanti delle Maldive e un numero ancora difficile da precisare a Aceh, cove sono morte 110mila persone (ultimo bilancio) e 700mila sono rimaste senza tetto, su un totale di 4 milioni di abitanti: la Adb teme che un milione di persone qui si aggiungerà al numero dei "super poveri".
Come alleviare questo effetto economico dello tsunami? Serviranno piani di ricostruzione che guardino alle piccole economie locali, risarcimenti e finanziamenti mirati a ricostruire case, barche da pesca, piccole attività produttive, il piccolo commercio - insieme alle infrastrutture, comprese scuole e ospedali per popolazioni che sono state private di quel poco di servizio pubblico a cui avevano accesso. La Banca Asiatica di sviluppo, la Banca Mondiale e l'agenzia di aiuti giapponese promettono di pubblicare tra dieci giorni un piano di emergenza per la ricostruzione post-tsunami: chissà se terranno conto della microeconomia, oltre che della macro.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>