Il bilancio umano è impressionante, ma anche quello ecologico peserà a lungo. Il maremoto del 26 dicembre, con l'onda di tsunami che ne è seguita, ha ucciso oltre 160 mila persone e ne ha lasciate milioni senzatetto in sette nazioni affacciate sull'oceano Indiano. Nell'immediato, il soccorso a sopravvissuti e sfollati è la cosa più importante. E però, nel pianificare la ricostruzione sarà necessario guardare anche all'impatto ecologico dell'onda di tsunami che ha devastato le coste dell'Asia meridionale. "Le prime osservazioni suggeriscono che il danno ecologico causato è molto esteso, benché diverso da costa a costa", scrive l'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn, un organismo scientifico internazionale considerato l'autorità in materia di conservazione degli ecosistemi). Attraverso la sua rete di corrispondenti, la Iucn ha cominciato a raccogliere dati. Benché il terremoto e lo tsunami siano in sé eventi del tutto naturali, fa notare la Iucn, "la conversione indiscriminata delle coste e dei boschi di mangrovie avvenuta negli ultimi decenni per farne allevamenti di gamberi, centri urbani, insediamenti turistici e altre attività - spesso non regolamentate - ha lasciato queste coste e le persone che vi abitano molto più esposte alla forza distruttiva degli eventi". Così, "lo tsunami nell'oceano Indiano ha riportato all'ordine del giorno la razionalità di conservare e gestire in modo sostenibile gli ecosistemi, pur perseguendo lo sviluppo economico". L'esempio più chiaro viene dalle foreste di mangrovie, quegli alberi che crescono con le radici a mollo in mare e formano boschi densi e intricati lungo le coste: sono un habitat naturale importantissimo per una grandissima varietà di flora e fauna - dagli uccelli ai pesci che ne fanno la propria nursery - e sono anche una protezione naturale delle coste contro l'erosione del mare, un filtro naturale che protegge l'acqua da scarichi azotati e fostati e un rompivento che protegge i terreni all'interno dalla salinità marina. È noto che i boschi di mangrovie e altri boschi costieri (la ‟Casuarina equisetifolia” o le varie palme, ad esempio) hanno avuto un ruolo chiave nel proteggere le popolazioni costiere dalla furia di cicloni e uragani o di onde di marea: un buon esempio è il Bangladesh che ha protetto su larga scala i boschi di mangrovie e questo ha fatto una differenza visibile nel mitigare l'impatto degli uragani così frequenti nel golfo del Bangala.
Oggi, "osservazioni preliminari dal personale della Iucn sul campo in Sri Lanka e Thailandia e dallo stato indiano del Tamil Nadu, confermano questa conclusione. Al contrario, emerge che in Thailandia alcune delle installazioni turistiche più colpite nelle province di Phuket, Phang Nga e Krabi erano costruite su coste che una volta erano riserve forestali", scrive la Iucn. La regione dell'oceano Indiano conta tra le più importanti foreste di mangrovie al mondo, ma i paesi più colpiti dallo tsunami - Indonesia, Sri Lanka, India e Thailandia - sono anche quelli che negli ultimi anni hanno registrato la maggiore perdita netta di mangrovie.
La Iucn avverte che lo tsunami avrà probabilmente contribuito a devastare questi boschi costieri. L'onda arriva con una forza tremenda, capace di risucchiare la sabbia con la vegetazione. E' presto per un bilancio definitivo. E però, sulle coste di Sri Lanka è possibile vedere bellissime palme alte, vive e vegete accando ad abitazioni ridotte in macerie. Le prime segnalazioni raccolte dalla Iucn dicono che gli alberi di Casuarina più maturi, alti 6 o 7 metri, sono rimasti illesi, mentre gli alberelli più giovani sono stati strappati via. Dove i boschi costieri avranno sofferto, soprattutto quelli di mangrovie, è facile prevedere un danno a lungo termnine per la pesca, e anche per l'agricoltura nell'entroterra a causa dell'aumento di salinità del suolo ("anche se è difficile anticipare le dimensioni del danno", avverte la Iucn). Per ricostruire le economie locali, da cui dipendono le popolazioni costiere, bisognerà anche ripristinare le protezioni naturali delle coste: mangrovie e barriere coralline.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>