Quando W.G. Sebald, in una conferenza all’università di Zurigo, affrontò per la prima volta nel 1997 la questione della distruzione delle città tedesche durante la guerra, e si chiese perché per cinquant’anni nessuno scrittore tedesco avesse descritto quell’orrore, suscitò perplessità a sinistra e plauso "dalla parte sbagliata", come disse lui stesso, cioè all’estrema destra. Si era rotto un tabù. Prima di quella conferenza, che poi Sebald articolò in due saggi, Guerra aerea e letteratura e Storia naturale della distruzione, nessuno in Germania aveva descritto la distruzione fisica e morale dei tedeschi negli ultimi tempi della guerra. Lo aveva fatto solo Heinrich Boll ne L’angelo tacque, ma il libro era così grafico e depressivo da scoraggiare l’editore a pubblicarlo. è uscito solo nel 1992. Altre pubblicazioni non c’erano state, fatta eccezione per quelle, compilate per lo più da cultori di storia patria, che si limitavano a elencare le distruzioni di ogni città. Le testimonianze dirette sono rimaste così scarse che quando Hans Magnus Enzensberger pubblicò negli anni Novanta il suo Europa in rovine, voci di testimoni degli anni 44-48, mise insieme essenzialmente scritti di autori non tedeschi. Otto anni dopo, non solo il tabù è stato superato, ma la Germania sembra pronta a una nuova svolta nel confronto con la storia e con la memoria. Sessant’anni dopo la fine della guerra una vera e propria ondata di pubblicazioni sulle sofferenze dei tedeschi e sulle vittime tedesche invade le librerie, mentre una valanga di film su Hitler e sul nazismo sommerge il pubblico televisivo e cinematografico. Già quattro milioni di tedeschi hanno visto il film Untergang, basato sul libro dello storico Joachim Fest dedicato agli ultimi giorni del Terzo Reich nel bunker di Hitler a Berlino. Il confronto col passato non era facile per la Germania. Ma oggi anche i più critici riconoscono che la grande maggioranza dei tedeschi condanna il passato nazista senza attenuanti e non nega più che il regime sia stato sostenuto fino in fondo dalla popolazione. Come ricorda Jurgen Habermas, non era stato così almeno per tutti gli anni Sessanta quando ufficialmente veniva espresso rammarico per "la storia recente" e per le "vittime della tirannide nazionalsocialista" ma solo silenzio e rimozione facevano riscontro alle compunte dichiarazioni ufficiali. La generazione di Habermas, adolescente alla fine della guerra, fu la prima ad avere il coraggio dell’autocritica, che fu poi assunta dal Sessantotto tedesco come parola d’ordine, come controprogetto alla rimozione collettiva. Inevitabilmente, in questa autocritica c’era però poco spazio per le sofferenze tedesche. Dieci anni fa, per il cinquantesimo anniversario della fine della guerra, sembrava che il confronto con la storia si fosse in qualche modo concluso. I tedeschi erano diventati ormai maestri nella Vergangenheitsbewaeltigung, questa parola da loro inventata che mette insieme l’elaborazione del passato con il desiderio di venirne a capo come si farebbe con un lavoro faticoso. E c’era ormai un consenso generalizzato sul fatto che l’8 maggio del ‘45, data della capitolazione della Wehrmacht, è per la Germania il Giorno della Liberazione - secondo la definizione data dal presidente Richard von Weizsaecker per la prima volta nel 1985 (come si vede abbastanza tardi). Ecco che invece la macchina della memoria si è rimessa a improvvisamente in moto. La storia del nazismo è esplosa ora non più sotto forma di saggi e discussioni accademiche ma come storia di famiglie. Preme soprattutto il bisogno che non vadano per sempre dimenticate le sofferenze di tante persone. Il primo varco è stato aperto proprio da Gunter Grass, profugo lui stesso da Danzica a 17 anni, che nel 2002 ha pubblicato Col passo del granchio, sull’affondamento della nave Gustloff in cui morirono quasi diecimila profughi. Molti autori cercano di rintracciare frammenti del mondo in cui sono nati, ora che tutte le ideologie che li sorreggevano sono cadute. Axel Hacke ha messo insieme un album di famiglia per capire "le persone tra le quali siamo nati, anche se potendo scegliere uno avrebbe scelto magari di nascere da un’altra parte". C’è bisogno di parlare con la generazione che ha fatto la guerra, da qualsiasi parte l’abbia fatta - non più solo con i sopravvissuti all’Olocausto. Prima che siano tutti morti. Figli, nipoti, fratelli cercano affannosamente padri, nonni, fratelli maggiori - parenti dimenticati le cui storie di vita si sono aggrovigliate con le vicissitudini della Storia. Trovano fotografie, diari, biglietti. Il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroder, nel suo ufficio di fronte al Reichstag, tiene sulla scrivania una fotografia. trovata di recente, del padre che non ha mai conosciuto. Il giovane caporale Fritz Schroder è in divisa, con una svastica sull’elmetto. Dell’esistenza di lasciti e documenti molti sapevano, come Renate Meinhof, giornalista della ‟Sueddeutsche Zeitung”, che da sempre si era ripromessa di leggere il diario della nonna senza trovare mai il tempo finché suo padre non l’ha trascritto. Dopo aver letto qualche pagina, che rivelava dietro formulazioni discrete storie raccapriccianti di stupri, Renate Meinhof è andata alla ricerca delle donne (la più vecchia ha 93 anni) che avevano abitato nello stesso villaggio della nonna. Le tracce non mancano. Soprattutto la borghesia colta tedesca sembra non facesse altro che scrivere, annotava messaggi in continuazione, si portava la macchina da scrivere anche nei rifugi. Raramente i nuovi autori scoprono cose che gli storici non sapessero, ma ci danno uno sguardo dall’interno che rivela incredibili mescolanze di cultura e cecità, durezza e buoni sentimenti. Uwe Timm racconta del fratello andato nelle Ss volontario e morto in guerra (Per esempio mio fratello); Thomas Medicus del nonno, un generale della Wehrmacht che fu ucciso dai partigiani in Toscana nel ‘44 (Agli occhi di mio nonno). ‟Perché nessuno dice più Heil Hitler”? Chiese una bambina di sei anni alla madre, e il ceffone che ebbe come risposta se lo ricorda ancora che di anni ne ha quasi 70, scrive la giornalista Wibke Bruhns che ne La patria di mio padre fa un ritratto del genitore altoborghese, antisemita, nazista convinto, poi impiccato dai nazisti a Ploetzensee perché era al corrente del complotto del 20 luglio contro Hitler. Uwe Carsten Heye, ex portavoce del cancelliere Schroder, racconta (Una storia tedesca. Di felicità appena l’ombra) la storia dei genitori, lui cantante d’opera arruolato nella Wehrmacht e la madre addetta all’assistenza delle truppe, che si erano perduti dopo la guerra - ognuno avendo saputo che l’altro era morto, lui a Stalingrado, lei sulla Gustloff - e si erano re-incontrati per caso dopo vent’anni, quando ormai era troppo tardi. Mentre Martin Doerrie, giornalista dello ‟Spiegel”, ha messo insieme (Il mio cuore ferito) le lettere scritte ai figli, tra cui sua madre, dalla nonna ebrea, Lilly Jahn, deportata a Auschwitz dopo il che il marito di lei, un medico protestante, ariano, aveva chiesto il divorzio lasciandola preda della Gestapo. E ci sono anche romanzi, come Perduto di Hans Ulrich Treichel, l’infanzia di un ragazzino di otto anni ossessionato dall’idea che i genitori ritrovino il primogenito, perduto durante la fuga dei territori dell’est. L’elenco potrebbe continuare. Dice lo storico Norbert Frei che la politica della memoria ha avuto in Germania tre fasi. La generazione più vecchia si era interrogata sulle cause della fine di Weimar, la prima democrazia tedesca e dell’ascesa al potere di Hitler. La seconda generazione si è concentrata sul confronto con l’Olocausto e i crimini nazisti. Ora l’interesse si è trasferito al periodo subito dopo il 1945. Se lo slogan dei giovani del ‘68 era stato "non ti fidare di nessuno sopra i trent’anni", ora gli stessi giovani invecchiati sono mossi da un desiderio di rappacificazione con i genitori, che la vecchiaia ha reso intanto dipendenti e non più autoritari.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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