"La mia è una missione. Restaurare la monarchia per unificare l’Iraq. Siamo l’unica forza politica al di sopra delle parti. Per noi non ci sono differenze tra sciiti, sunniti o curdi, ma soltanto iracheni". Parla con compostezza regale Sharif Ali Bin al Hussein. Principe, 48 anni, discendente di una dinastia che si dice legata direttamente alla famiglia del Profeta Maometto, custodi della Mecca per un millennio, nipote di Abdallah, primo re giordano e nipote di Feisal I, il re che lottò a fianco di Lawrence d’Arabia contro gli ottomani, poi dal 1922 contro il mandato inglese. "Sino al 1933, quando ottenemmo finalmente l’indipendenza e la nascita della monarchia costituzionale. Un periodo d’oro per il nostro Paese, che si arrestò nel 1958 quando mio zio, Feisal II, venne barbaramente assassinato durante un colpo di Stato militare", racconta come se il massacro della sua famiglia fosse un fatto recente, appena avvenuto. Invece lui aveva due anni al momento "della catastrofe", come la chiamava sua madre ai tempi della fuga prima a Beirut, poi a Londra. Ma visse un esilio dorato. Le scuole migliori in Inghilterra, poi una ricca carriera da banchiere e uomo d’affari. Il figlio maggiore (ne ha quattro) stava per iscriversi a Eton, quando nel 2003, a 46 anni, il principe al Hussein decise che era tempo di tornare a occuparsi del futuro dell’Iraq. Anche a rischio della sua vita. "Lo so bene che la mia candidatura alle elezioni irachene è pericolosa per me personalmente. Ma lo sento come un dovere. E sono convinto che questo Paese ha un futuro molto migliore", dice seduto nel palazzo di Bagdad controllato da decine di guardie armate dove ha posto la sede del suo partito: "La Monarchia Costituzionale Irachena".

Principe, non teme che la violenza possa far deragliare le elezioni?
A Bagdad e in alcune province sunnite temo vi saranno violenze. In certi quartieri dominerà il terrore. Lo stesso governo Allawi ha ammesso che potrebbero esserci problemi seri in 4 delle 18 province. Ma nella grande maggioranza del Paese il processo di voto andrà avanti in modo regolare.

Qui nella capitale sono in molti a dire che non voteranno per paura.
Lo so. I seggi saranno aperti dalle 7 alle 16 per evitare il buio. Le forze di sicurezza saranno presenti in massa. Se ci sarà grande astensione vorrà dire che questo governo ha fallito nel suo compito più importante: garantire un regolare processo democratico.

Che tasso di affluenza alle urne si aspetta?
Penso sarebbe un fallimento se il tasso di astensione fosse superiore al 40 per cento. Sarebbe un colpo gravissimo per il governo.

E rinviare il voto?
Sono sempre stato favorevole ad anticiparlo, mai a rinviarlo. Qualsiasi rinvio sarebbe una vittoria per il terrorismo, che anzi si sentirebbe legittimato a colpire ancora più duro. Tra 3 o 6 mesi sarebbe anche peggio.

Cosa propongono i monarchici?
Al Paese diciamo che il periodo della monarchia costituzionale è stato il più felice della nostra storia recente. Negli anni Trenta e nella prima metà degli anni Quaranta, quando guerra, colonialismo, fascismo e nazismo dominavano larga parte del mondo, l’Iraq era un’isola di relativa pace e democrazia. Poi vennero i golpe militari, la dittatura del Ba’ath, le guerre e la povertà. Dobbiamo riscoprire la nostre radici per tornare a guardare avanti.

Il vostro programma?
Entro i primi 100 giorni dalla nascita del nostro governo noi promettiamo di imporre la sicurezza. Ma non con la forza. Dagli americani vogliamo l’assicurazione che non ci sarà mai più un’operazione militare come quella contro Falluja tra novembre e dicembre. Un’azione inaccettabile, che è servita solo a cercare di garantire la protezione dei soldati americani a spese della vita dei civili iracheni. Piuttosto occorre il dialogo, dobbiamo aprire ai gruppi sunniti. Lavoriamo per la pacificazione interna. Secondo punto importantissimo è la ripresa economica. Con un tasso di disoccupazione vicino al 75 per cento il Paese è nei fatti ingovernabile.

Quando dovrebbero andarsene gli americani?
Non vorrei dare una data precisa. Ma direi che entro la fine del 2005 tutte le operazioni di polizia dovrebbero venire condotte dai nostri agenti lasciando i soldati Usa confinati nelle loro basi al di fuori delle città.

Come conduce la sua campagna elettorale?
Evito di recarmi nelle città del triangolo sunnita. Tra qualche giorno andrò però a Nusayeb, presso Falluja. Mi hanno detto che posso farlo e ci sarà molta polizia. Anche qui a Bagdad mi limito a recarmi in zone protette. Però giro tranquillamente nel nord e nelle zone sciite a Nassiriya e Bassora. Viaggio in auto blindata, ma non prendo elicotteri.

Si dice che l’Iran cerchi di interferire nel voto.
Non è una voce, è una certezza. Sappiamo bene che nel sud sciita gli iraniani hanno migliaia di agenti.

Approva che Saddam Hussein sia condannato a morte?
Spero venga processato al più presto. I suoi crimini sono tanti e talmente gravi che la pena capitale è inevitabile.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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