Uno dei vezzi degli inviati è il ricorso continuo al balzo di memoria. Il come eravamo e il come siamo. Come tutti i vezzi, è spesso stucchevole. Ma in alcuni casi — chiedo scuse anticipate al lettore — è uno strumento obbligato: le città in guerra in particolare sono infatti come un corpo malato – cambiano continuamente temperature e sintomi e misurargli il polso, comparare le carte mediche è spesso il solo pragmatico strumento di misura. Per restare così nella metafora medica, di tutte le città malate Baghdad è quella in preda a un acuto peggioramento. La sicurezza personale e collettiva non è mai stata così incerta e la paranoia della comunità internazionale non è mai stata così strutturata. Ma cominciamo dalle condizioni di arrivo. C’era una volta, nei lunghi anni di Saddam Hussein, la cerimonia collettiva dell’"avere il visto". Consisteva in lunghe conversazioni con oscuri funzionari, sorrisi, esami fatti alla propria buona fede, attese in alberghi di capitali mediorientali, e intense telefonate a tutti gli amici ambasciatori. In sostanza, era un obbligato atto di umiliazione davanti al regime, che si risolveva o attraverso amici del regime stesso (oil for food era una grande bella cifra sotto cui mettere molti atti di amicizia) o attraverso una ricca mazzetta. Passato quell’angolo, tuttavia, l’Iraq in cui si arrivava era un Paese svizzero. In cui, ad eccezione del continuo e pervasivo controllo delle spie e la impossibiltà di parlare con chi volevi, potevi girare per la città, visitare il mercatino folkloristico (ce n’era uno degli animali che ha sempre fatto la sua bella figura come pezzo di colore sulle tv di tutto il mondo, in assenza di meglio) andare a cena e, a volte, anche in gita. Di quel funzionare hanno nostalgia oggi quelli che vi si richiamano, parafrasando i famosi treni di Mussolini. Ma se di quell’ordine avvelenato non si sente il bisogno, oggi che il visto è (quasi) scomparso si è comunque passati a una delle più brutali insicurezze. A chi piace il brivido è consigliato l’aereo. Un 737 in partenza da Amman: due voli al giorno, guidati dagli espertissimi piloti militari, orgoglio dell’esercito che costruì il defunto Re Hussein con l’aiuto della Raf. E certo l’idea di un pilota addestrato dalla Raf è di qualche consolazione nel momento più topico del passaggio. Su Baghdad si arriva infatti in quota di volo, fino ad essere esattamente in perpendicolare sull’aeroporto. A quel punto l’aereo si assesta in un virtuale cilindro sicuro difeso dalle batterie antimissile e comincia a scendere ruotando su sé stesso con un movimento a cavatappi. Il muso del 737 punta a terra, le ali fisse ad angolo e, sotto, il Tigri sorride con le sue ampie anse come fauci aperte alle tue paure. Il decollo, però assicurano, è migliore: l’aereo parte molto basso, perché a bassa quota i missili non riescono a colpire, per poi impennarsi per recuperare velocità. Potrei dire che questa pratica dell’"atterraggio tattico" – termine che i militari ti allungano con la solita soddisfazione di chi conosce i giocattoli di guerra – è recente. In realtà atterrare a Baghdad è stato difficile fin dal primo momento dopo la guerra: solo che per lungo tempo non si è ammesso, oggi è addirittura una procedura di volo. In realtà, il percorso di questa pratica di atterraggio è un po’ più di una nota di viaggio: essa è infatti la metafora di tutto il fallimento militare americano; un percorso alla rovescia, iniziato con l’euforica entrata a Baghdad, nello stile della seconda Guerra in Europa, di GI armati di barre di cioccolata per le strade, e finito con i GI armati e basta, asserragliati dietro alte mura di cemento. Di tutti i tristi pensieri che sempre ti dà una guerra e dopoguerra; di tutti i memento mori di cui le cadute dei regimi e la loro sostituzione sono suggeritori, la sensazione più penosa che ti dà oggi Baghdad è la ritirata degli occidentali dentro i loro rifugi, la blindatura permanente della loro vita. La strada fra l'aeroporto e la città è posto sicuro di attacchi: per i terroristi è terreno garantito di caccia alle oche.
Lucia Annunziata

Lucia Annunziata

Lucia Annunziata, giornalista, corrispondente per “il manifesto”, “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, negli Stati Uniti, in America Latina e Russia, conduttrice di trasmissioni politiche televisive e direttrice del Tg3, è stata nominata direttore dell’Agenzia di informazione internazionale ApBiscom. Ha vinto il Premiolino per i suoi servizi durante la guerra del Golfo e il Premio Max David come inviato di guerra, nel 1993 ha avuto la Nieman Fellowship dell’Università di Harvard, dal 2003 al 2004 è stata presidente della Rai. Con Bassa intensità (Feltrinelli, 1991), il suo primo libro, ha vinto il Premio Malaparte e con La crepa (Rizzoli, 1998) il Premio Saint Vincent. Dirige dal 2013 "Huffington Post Italia".

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