Abu Musab Al Zarkawi alza il tiro e annuncia "guerra aperta alla democrazia". In parte una risposta a chi tra i media locali due giorni fa lo dava come "catturato e nelle mani della nuova polizia irachena". Ma soprattutto un appello alla lotta senza quartiere a otto giorni dalle elezioni. L’esponente più noto delle cellule della guerriglia sunnita legate ad Al Qaeda in Iraq torna a farsi sentire con un video diffuso sul suo sito web. "Noi abbiamo dichiarato una dura guerra contro il principio satanico della democrazia e i seguaci di questa ideologia sbagliata, demoniaca, anti-islamica. Se, in nome della libertà di espressione, è persino permesso offendere Dio, ciò significa che non c’è proprio nulla di sacro nella democrazia", dice tornando a minacciare chiunque il 30 gennaio non solo prenderà parte al voto come candidato, scrutatore o osservatore, ma semplicemente si recherà alle urne. Una minaccia sinistra nella capitale già blindata. Posti di blocco ovunque, interi quartieri militarizzati tra il Tigri e la "zona verde", dove sono arroccati gli uffici del governo transitorio di Iyad Allawi, i comandi americani e parte dei diplomatici stranieri. Chi può manda la famiglia all’estero. Tre giorni fa oltre 2.500 auto hanno atteso in coda 12 ore per passare il confine con la Giordania. Causa la carenza di benzina e l’aumento generalizzato dei prezzi, un viaggio in taxi per Amman che un paio di mesi fa costava 150 dollari ora ne richiede oltre 500. Una situazione di caos che interessa per lo più Bagdad e le città e villaggi del cosiddetto "triangolo sunnita". Oltre alla zona di Mosul, nel Centro-nord, dove si sono trincerate forti colonne della guerriglia snidata dagli americani da Falluja. Più tranquilla, invece, la situazione nelle province curde al Nord e in quelle sciite del Centro-sud, dove la campagna elettorale prosegue quasi normale. Secondo alcune proiezioni, i curdi potrebbero ricevere sino a un’ottantina dei 275 seggi nel prossimo parlamento. Anche gli sciiti faranno la parte del leone. I sunniti dovrebbero invece essere quasi azzerati a causa dell’astensione generalizzata. Ma Zarkawi vede sciiti e curdi come nemici. In nome della difesa della minoranza sunnita (circa il 20% della popolazione) e ignorando completamente il grande popolo figlio dei matrimoni misti, fa di tutto per scatenare la guerra civile. Nel video definisce i candidati come "semi-idoli", dunque blasfemi, eretici da assassinare senza pietà. Ma non è meno minaccioso nei confronti dei potenziali elettori, che chiama "infedeli". Come già in un altro recente video, dove attaccava l’ayatollah sciita Alì Al Sistani, lo "schiavo degli americani", prende di mira ancora gli sciiti. "Gli americani hanno congegnato le elezioni per condurre gli sciiti a governare l’Iraq. Quattro milioni di sciiti sono stati infiltrati dall’Iran per determinare il risultato del voto". Dalle parole ai fatti. Nel pomeriggio un altro messaggio, in cui si annuncia che presto mostrerà un video con l’esecuzione di un candidato della "Lista Irachena", quella del premier Allawi, che sarebbe stato rapito negli ultimi giorni. Ma Allawi non cede. "Proprio le elezioni serviranno a mettere fine alla violenza, garantendo a tutti gli iracheni di partecipare al processo democratico", controbatte alle televisioni. Un ottimismo che però non nasconde la grande preoccupazione per la palese debolezza delle forze di sicurezza irachene. Ancora il premier ammette che è "prematuro" fissare oggi la data per il ritiro della forza multinazionale dall’Iraq. E aggiunge: "Occorre continuare il coordinamento e ricevere l’assistenza della forza multinazionale, per discutere più avanti di una possibile riduzione dei loro contingenti, e delle eventuali condizioni del ritiro".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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