Seggio numero 65, scuola secondaria di Karrada, in un quartiere centrale della capitale. Uno dei tanti campi di battaglia tra terrorismo integralista e chi sostiene il tentativo di crescita della democrazia in Iraq. Per arrivarci si devono superare il filo spinato che blocca il traffico, tre file di barricate in cemento armato, il controllo degli agenti iracheni. Qui domani si vota. "È ancora tutto da preparare. Ci hanno fatto accampare da 5 giorni, ma solo nelle prossime ore arriveranno le urne con le schede e il materiale elettorale", dice Amer, un 19enne da poco reclutato nella polizia, sorridente, fiero della sua uniforme nuova e del kalashnikov oliato di fresco. Recluta in forza tra i circa 150 mila tra poliziotti e militari della nuova Guardia Nazionale chiamati in prima linea a difendere il voto. "Ora siamo solo una decina di sentinelle qui nella scuola di Karrada. Ma da sabato sera ogni seggio avrà almeno 50 guardie, cui si aggiungeranno le pattuglie mobili irachene. Gli americani sono appostati sui tetti dei palazzi più alti del quartiere. E i loro elicotteri dovrebbero garantirci contro l’eventualità di cecchini", osserva il suo comandante, sergente Achmed Abdul Latif. Andare sul tetto della scuola è limitato persino a loro. "Per i cambi della guardia ai piani alti parliamo via radiolina con gli americani", spiegano. Ieri pomeriggio il piccolo drappello sembrava tranquillo, fiducioso. Gli agenti scherzavano tra loro, davano quattro calci al pallone con i ragazzini del vicinato. Ma le famiglie nelle case che danno sulla strada erano preoccupate e richiamavano i figli in casa quando si avvicinavano troppo alla scuola. Le strade erano deserte già molte ore prima l’inizio del coprifuoco alle 19 (fino alle 6 di mattina). Tutti si erano riforniti di acqua, cibo e candele per i prossimi tre giorni di allarme rosso. Paure comprensibili. Ieri mattina il gruppo filo Al Qaeda guidato da Abu Musab Al Zarkawi era tornato a minacciare attentati contro chiunque si rechi alle urne e persino chi vive in prossimità dei seggi. "Attenti a voi. Non andate ai centri di voto, propagatori di ateismo e vizio. E attenti coloro che risiedono nelle vicinanze. Gli americani li hanno trasformati in scudi umani. Siete stati avvisati. Poi avrete solo voi stessi da incolpare", si legge nel nuovo comunicato. Il gruppo sembra determinato a colpire, nonostante il governo iracheno abbia rivelato l’arresto di altri 3 luogotenenti di Al Zarkawi. Dalle parole ai fatti. Ieri nel mirino della guerriglia sono tornati proprio i seggi: una decina colpiti da spari e bombe in almeno sei città del Paese. Ma anche i soldati americani: almeno 5 morti nelle ultime 24 ore. A Ramadi gli estremisti sunniti avrebbero decapitato sei sciiti che avevano manifestato l’intenzione di votare. In serata è caduto un elicottero Usa sui quartieri meridionali di Bagdad, sembra con 3 uomini a bordo. Non è chiara la loro sorte e neppure se si tratti di attentato o incidente. Per le truppe della coalizione è un lutto che si aggiunge a quello ancora fresco per i 31 morti dell’elicottero da trasporto Usa caduto, sembra per un guasto meccanico, al confine con la Giordania tre giorni fa. Ma l’obiettivo più colpito restano i poliziotti iracheni. Ieri mattina un’autobomba è scoppiata vicino a un loro posto di blocco presso la grande centrale elettrica di Bagdad, uccidendo quattro persone. Tra i tanti attentati, ieri nel Sud, presso Bassora, un agente è morto e quattro sono rimasti feriti per una bomba. "Ho servito nella polizia irachena per 26 anni. Amo questo lavoro. Dopo l’invasione americana, attesi 20 giorni, poi mi presentai in caserma e tornai al mio posto. E non lo lascio. Sebbene non sia mai stato tanto pericoloso", racconta il colonnello Saeb al Rawi, 45 anni, 4 figli, responsabile del pattugliamento di sei seggi nel quartiere di Abbachane. Lo abbiamo incontrato per circa due ore ieri nella sua abitazione assieme a un collega più giovane, Ahmed Alì al Zubaidi, 32 anni, di pattuglia a sua volta ai seggi nel quartiere di Arthie. Entrambi negli ultimi mesi sono stati più volte sotto il fuoco della guerriglia e persino in pericolo di vita. Hanno visto morire e restare feriti tanti colleghi. Il loro stipendio non supera i 350 dollari mensili. A febbraio ne riceveranno 100 in più come indennizzo per il servizio elettorale. "Non lo facciamo per i soldi. Con i rischi che corriamo, se la motivazione fosse economica avremmo lasciato da un pezzo. Ma questo è il nostro dovere. Il Paese ha bisogno di noi", dicono senza retorica. Tanto che entrambi non andranno a votare. Il governo transitorio prevede un’affluenza alle urne del 72%. Loro non ci credono. "Mi sembra troppo ottimista. Comunque qui a Bagdad l’astensione per paura di attentati sarà molto alta. E poi la gente non ama questi candidati. Non li conosce o pensa che siano in larga parte stranieri, iracheni che non sanno nulla del loro Paese e ora balzano sul carro dei vincitori cercando di guadagnarci", spiegano all’unisono. La loro preoccupazione maggiore però è per il futuro: "Siamo di fronte a una guerriglia ben armata, coraggiosa, equipaggiata con sistemi di comunicazione migliori dei nostri. Le loro azioni non cesseranno dopo il voto. Anzi, potrebbero farsi ancora più aggressive e micidiali, perché condotte da uomini che non hanno paura di morire. Noi abbiamo bisogno di auto blindate, migliore intelligence, giubbotti anti-proiettile più leggeri. La guerra sarà ancora lunga".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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