Un’altra italiana rapita. È Giuliana Sgrena, 57 anni, inviata del ‟Manifesto”. Il film del suo sequestro rispecchia gli incubi peggiori dei pochi occidentali che ancora vivono e lavorano in Iraq. Tu che viaggi in macchina con autista e interprete. Sguardi rapidi, sospettosi, cerchi di non farti notare dal finestrino per le strade di Bagdad. Sai bene che il momento più pericoloso non è quando arrivi. Ma quando riparti, perché gli eventuali sequestratori potrebbero averti individuato, seguito. Mentre eri fermo per il tuo lavoro, loro hanno avuto il tempo per organizzarsi. E ora il blitz è un gioco da ragazzi. Cosa puoi fare contro due auto da cui scendono 8 uomini armati che ti puntano addosso i kalashnikov?

La rivendicazione
Così l’incubo è diventato realtà ieri verso le 14.00 (le 12 in Italia) per Giuliana. Rapita in una manciata di secondi, mentre faceva un’inchiesta tra i sunniti. E in serata la rivendicazione via web di un gruppo che si definisce "Jihad islamica" e pretende il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq "entro 72 ore". Inquietante, minacciosa, ma ancora tutta da verificare. Basti ricordare la pioggia di rivendicazioni diffuse durante i 21 giorni del rapimento di Simona Torretta e Simona Pari in settembre e poi rivelatesi false.

Il quartiere
Giuliana si era recata con l’autista Mohammed e l’interprete Waheel per una serie di interviste presso la moschea di Al Kastl, posta all’interno dell’università di Bagdad, nel quartiere di Jadriah. Qui alcune settimane fa un gruppo armato aveva tentato di rapire un giornalista del quotidiano spagnolo ‟El Mundo”. E ancora qui era venuta più volte Florence Aubenas, l’inviata del quotidiano francese ‟Libération”, rapita il 5 gennaio e di cui non si ha alcuna notizia. Quartiere a rischio, anche perché nel recinto dell’università si trovano circa 2.000 profughi di Falluja, la città sunnita messa a ferro e fuoco dagli americani tra novembre e dicembre.

Il reportage
Giuliana c’era venuta per fare un’inchiesta proprio tra i sunniti, esponenti di quella larga minoranza che alle elezioni del 30 gennaio si è astenuta in massa. Una collega seria, discreta e puntigliosa. Ha sempre sostenuto che rimanere chiusi in albergo significa farsi paralizzare dalla paura, vivere di fantasmi, perdere il senso della realtà e alla fine abdicare alla propria missione di giornalisti. In Iraq c’è stata tante volte, prima e dopo la guerra del 2003. Al tempo dell’invasione americana era rimasta all’hotel Palestine. Qui era tornata il 25 gennaio per seguire le elezioni di domenica scorsa. Negli ultimi tempi la direzione ha aumentato vertiginosamente i prezzi. "Ora dobbiamo addebitarvi il costo delle guardie armate. Cresce il pericolo rapimenti" sostengono. Così Giuliana aveva condiviso la camera 1728 con Barbara Schiavulli, una collega più giovane. Da allora avevano quasi sempre lavorato assieme. Tranne ieri mattina.

La ricostruzione
"Giuliana è uscita presto, verso le 9.30. Ma io sono rimasta. Non so, forse un presentimento. Non mi sentivo sicura ad andare in quella zona, specie il primo venerdì dopo le elezioni" diceva Barbara, ieri pomeriggio. Giuliana è uscita egualmente, la solita giacca di pelle nera un po’consumata. I capelli biondi, forse un po’troppo visibili. Alla moschea c’è rimasta tanto tempo. "Troppo. Le ho detto che tre ore di interviste tra i profughi di Falluja erano più che abbastanza" ha detto più tardi Waheel. Comunque verso le 14.00 è ripartita, aveva appuntamento al ristorante del Palestine per un piatto di masghuf, il pesce tipico del Tigri, con i colleghi. Non va lontano. Appena uscita dall’università, la sua auto viene bloccata da una Opel grigia e una Kia. I rapitori costringono a scendere l’autista e il traduttore, poi salgono sulla sua Ford nera e partono a tutto gas.

I rapitori
Come è stata individuata? Forse una segnalazione dall’interno, forse i rapitori vengono da quegli stessi gruppi di Falluja che lei ha appena intervistato. Durante il sequestro, le cade il telefonino portatile, che si accende e compone l’ultimo numero chiamato: quello di Barbara Schiavulli. Così l’amica sente in diretta la fase più drammatica: spari, rumori di persone che corrono tra le pozzanghere, qualche grido confuso. Poi il nulla. Barbara chiama ancora. Ma il telefono resta muto. Subito scattano le ricerche. E la domanda è: criminali comuni, oppure sequestro politico? La rivendicazione, in serata, specifica che il rapimento è "un messaggio indirizzato al governo italiano". Se non ci sarà ritiro delle truppe, "prenderemo altre decisioni nei prossimi giorni, gli ingiusti capiranno come verrà stravolto il loro destino".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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