Agusta Westland, gruppo Finmeccanica, batte l’americana Sikorsky nella gara per i 23 elicotteri della Casa Bianca: è un tonico contro il declino, si dice. Ma per capire di quale tonico si tratti bisogna vedere che cos’è Finmeccanica oggi. Questo gruppo è il secondo dell’Italia industriale dopo la malandata Fiat. Tanto basterebbe, forse, per proporsi come un campione nazionale da proteggere. Nella difesa, del resto, i governi già privilegiano le imprese domestiche: i francesi si tengono l’85% della spesa pubblica per sistemi d’arma, gli inglesi l’86%, l’Italia l’82%. Per gli Usa non ci sono statistiche, ma la stessa commessa per Agusta Westland, interpretabile come segno d’apertura, è eloquente: dei quasi 6 miliardi di dollari di spesa solo il 36% varca l’Atlantico. Finmeccanica, tuttavia, non può illudersi: il budget italiano 2004 per i sistemi d’arma (3 miliardi) è troppo modesto rispetto alla spesa francese (14,9 miliardi), inglese (13) e americana (111). Finmeccanica può funzionare solo se sa conquistare quote dei budget altrui diventando, sul mercato, un campione europeo. Ma non si vince all’estero, e non si riesce a dettare i prezzi, senza adeguati standard tecnologici. Dunque, bisogna investire. Ma per investire si deve avere una certa dimensione. E poiché le risorse sono limitate la Finmeccanica di Guarguaglini si concentra in tre settori: elicotteri, elettronica per la difesa, aerospazio. Qui è cresciuta e crescerà. Per farlo rapidamente la via obbligata sono le acquisizioni. Sfortunatamente, in settori oligopolistici dipendenti dalla spesa dei governi c’è poco da comprare e quel poco costa: il 50% di Agusta Westland, che mancava a Finmeccanica, è stato pagato 1.588 milioni, 11 volte il margine operativo lordo. Un rapporto che le sinergie previste dovrebbero ridurre a un più accettabile 9,5%. Ora, grazie anche ad altri acquisti, militare e aerospazio fatturano oltre 8 miliardi, quasi il quadruplo del comparto civile del gruppo; Agusta Westland (un quarto di un mercato mondiale) dà il 35% dei ricavi e così l’elettronica della difesa. Con quali effetti sui conti? La posizione finanziaria netta 2004 appare buona, essendo negativa per soli 400 milioni contro mezzi propri per 3,6 miliardi. Senza contare le residue azioni Stm, la cui vendita basterebbe a finanziare l’investimento nell’avionica Bae. La redditività, invece, è da consolidare. Fra il 1999 e il 2003, infatti, senza l’apporto della partecipazione Stm (un aumento di capitale in natura da parte del Tesoro), Finmeccanica avrebbe perso 1,5 miliardi invece degli 1,1 guadagnati in buona parte cedendo quote della partecipazione. Nel 2004, la Finmeccanica "nuda" dovrebbe aver raggiunto un risultato prima di oneri finanziari, imposte e ammortamenti degli avviamenti pari al 6% del fatturato. Nell’estate del 2000, all’epoca del collocamento parziale della partecipazione del Tesoro, Finmeccanica capitalizzava oltre 12 miliardi, le sue azioni Stm un po’di più: la Borsa, insomma, non ci credeva. Oggi, dopo lo sboom, capitalizza 6 miliardi, ma Stm pesa per non più di 800 milioni. E’vero che molte Stm sono state vendute, ma è altrettanto vero che, con i 2,7 miliardi incassati, si sono alimentate attività che ora vengono valutate 5,2 miliardi, quasi il doppio. Infine, l’azionariato. Qui comanda lo Stato. Anni fa Cesare Romiti cercò di assumere il controllo di Finmeccanica con una cordata che non rese mai pubblica, anche perché il governo D’Alema blindò lo statuto della società per timore che i privati la comprassero al solo scopo di rivenderla a pezzi. Oggi non si sente di nessuno che chieda a Berlusconi di cambiare registro. Forse perché il mestiere delle armi ha ritorni più incerti di telefoni, autostrade ed energia.
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Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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