Sapevano che avrebbero vinto. Ma non di stravincere. Così, felicemente sorpresi dai primi risultati parziali ma significativi del voto del 30 gennaio, esponenti di spicco degli sciiti iracheni rompono le promesse di moderazione annunciate in precedenza e chiedono a gran voce ciò che in cuor loro hanno sempre sperato: che la Costituzione del futuro Iraq si fondi esplicitamente sulla Sharia, la legge religiosa. "Tutti i saggi religiosi, gli imam, e la maggioranza del popolo domandano all’Assemblea nazionale che l’Islam sia nella prossima Costituzione permanente e fonte della legislazione. Occorre rifiutare qualsiasi norma contraria all’Islam", si legge in un proclama reso noto nella città santa sciita di Najaf dallo sceicco Ibrahim Ibrahimi, rappresentante del grande ayatollah Mohammed Ishaq al-Fayad, a sua volta uno dei cinque componenti della "Marja al-Taqlid" (traducibile come "Fonti dell’Emulazione"). Questo è una sorta di Consiglio supremo dei dotti, in cui siede anche Alì Al Sistani, massimo leader spirituale e ispiratore dell’Alleanza irachena unita, la lista di coalizione che si è presentata alle elezioni. La mossa era prevedibile. Ma rischia di scardinare le speranze di costruzione di uno Stato laico e minaccia di precipitare il Paese nel caos, alimentando le aspirazioni secessioniste dei curdi e l’ostilità dell’elemento laico sunnita. Se ne era già accorto con allarme il premier ad interim Iyad Allawi durante la serie di pranzi di lavoro organizzati a partire dal 3 febbraio nella sua residenza privata. "Allawi ha sempre cercato di dividere il fronte sciita. Gioca sulle debolezze interne della loro coalizione e spera di proporsi come ago della bilancia. Ma ha fatto male i calcoli. Il suo partito ha preso molto meno di quanto pensasse. Lui si atteggiava a padrone di casa, ma i suoi ospiti - primi tra tutti Abdul Aziz al Hakim del Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica (Sciri), Ibrahim Jaafari del partito Da’awa e Ahmed Chalabi, del Congresso nazionale iracheno - gli hanno fatto capire che d’ora in poi sarebbero stati loro a dettare le regole del gioco. Bastava attendere", confermano i commentatori delle televisioni locali. L’attesa ha premiato gli sciiti. Gli ultimi risultati dallo spoglio del 35 per cento dei seggi danno loro il 67 per cento delle preferenze (gli esiti finali dovrebbero giungere entro il 10 febbraio). Allawi riceve solo il 17,5 per cento. Secondo alcune previsioni, sui 275 seggi del nuovo parlamento, quasi 150 potrebbero andare alla lista unitaria sciita. Male per la minoranza sunnita. Anche perché nelle ultime ore alcuni elementi moderati nell’assemblea degli Ulema (il loro massimo organismo religioso) si erano detti disponibili a partecipare alla stesura della Costituzione. Sarebbe stato un segnale importante di rappacificazione, dopo che proprio gli Ulema si erano opposti in tutti i modi alle elezioni. Ben consapevoli del pericolo che gli sciiti potessero cercare di imporre un regime teocratico su modello iraniano, gli stessi americani un anno fa avevano a lungo mediato tra le diverse componenti della società irachena per fare in modo che la stesura della Costituzione provvisoria non comprendesse la Sharia. Nel documento promulgato poi nel febbraio 2004 si era giunti al compromesso, per cui la legge islamica avrebbe rappresentato un valore solo "di riferimento", visto che - si osservava - "la grande maggioranza degli iracheni è musulmana". Nei mesi seguenti i gruppi di donne e i partiti nella nuova società civile si erano mobilitati contro i politici sciiti che avevano cercato di modificare il diritto di famiglia in senso religioso. Ora quei problemi sono tornati all’ordine del giorno. Dove gli imam sciiti hanno il monopolio quasi assoluto la teocrazia è già in atto. Per esempio nella città di Bassora, nel profondo Sud, i militanti dei partiti religiosi hanno totalmente bandito la vendita di alcolici. E le donne sono aggredite brutalmente se non si mettono il velo in testa. Adesso faranno del loro meglio per adattare la nuova Costituzione (dovrebbe essere pronta entro il 15 agosto) alla Sharia. Primo campo di battaglia sarà ancora quello del diritto di famiglia. Per esempio in materia di eredità i figli maschi potrebbero per legge ricevere il doppio delle figlie.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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