Pericoli di una teocrazia sciita in Iraq? Dagli Stati Uniti buttano acqua sul fuoco e anche a Bagdad sono in tanti a invitare alla cautela. "Gli iracheni per anni hanno potuto osservare i fallimenti della teocrazia in Iran, specie dal punto di vista dei diritti individuali. Non crediamo che a questo punto occorra preoccuparsi troppo", hanno sostenuto ieri il vicepresidente Dick Cheney e il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld. Una risposta diretta alle voci provenienti due giorni fa dal campo sciita per chiedere che la "Sharia", la legge religiosa islamica, divenga punto di riferimento per la formazione della prossima carta costituzionale. Un problema che al momento sembra più preoccupare il mondo occidentale che non le forze politiche irachene. "Ancora non se ne parla. Per ora siamo ancora occupati negli scrutini elettorali e a cercare un compromesso per la cooperazione politica tra sciiti e sunniti", osservano i direttori della tv Al-Hurra, che trasmette non stop tavole rotonde sui risultati del voto del 30 gennaio. Risultati che confermano comunque le tendenze registrate una settimana fa. Stravincono gli sciiti della lista unitaria ispirata dal grande ayatollah Ali al Sistani. Sino ad ora avrebbe ricevuto 2,3 milioni di voti (circa il 60% del totale scrutinato). Segue con 1.041.000 voti l’Alleanza Curda (che raccoglie i due partiti storici del nord, l’Unione Patriottica del Kurdistan e il Partito Democratico del Kurdistan). Al terzo posto la formazione laica guidato dal premier ad interim Iyad Allawi, sciita, a quota 620.000 voti (15%). Confermata la grande astensione della minoranza sunnita (il 20% dei 26 milioni di iracheni). Nella regione sunnita di Ninive con capoluogo Mosul, violenza e terrorismo hanno impedito l’accesso ai seggi. Pare che qui abbiamo funzionato solo 93 delle 330 stazioni di voto allestite. La conseguenza è grave: unicamente un decimo delle urne previste sono state mandate al centro nella "zona verde" a Bagdad per le operazioni di spoglio. Nonostante tutto l’Iraq vive un fiorire di incontri, trattative e dibattiti politici improntati da un’atmosfera di libertà mai conosciuta nei decenni della dittatura di Saddam Hussein. Ieri a Bagdad una importante delegazione di leader degli Ulema (i saggi del Corano sunniti) ha incontrato nella moschea Um al Qura alcuni uomini di punta sciiti. Tra i sunniti l’imam Hareth al Dhari e il portavoce Abdel Salam al Qubaissi, dall’altra parte l’attuale ministro alle Finanze Mahad al Afed, sciita nel partito a tendenza sunnita guidato da Adnan Pachachi. A fungere da mediatore l’ambasciatore francese in Iraq. Un incontro simile si è svolto anche nella sede centrale dello Sciri (il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica ispirato da Ali al Sistani). Soprattutto gli sciiti stanno cercando di coordinare le componenti laiche e religiose della loro coalizione. Tra loro si trovano elementi cristiani e turcomanni. Ma anche islamici moderati come il leader del Dawa (il partito musulmano che sin dagli anni Sessanta si oppose ai baathisti), Ibrahim Jaafari, e fondamentalisti favorevoli all’applicazione integrale della Sharia legati al leader estremista Moqtada al Sadr. Quest’ultimo tre mesi fa fu costretto da Sistani ad accettare le elezioni. Ma ora torna ad arringare le folle nelle moschee di Najaf e Karbala per chiedere il ritiro immediato delle truppe americane.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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