Giuliana Sgrena sta bene e sarà presto liberata. Il messaggio di speranza giunge ancora una volta via Internet. "Non è una spia, presto la libereremo", riportavano ieri sera i siti islamici. La firma è quella ambigua e sfuggente della Jihad islamica. "La nostra commissione ha svolto una serie di indagini sulla prigioniera italiana Giuliana Sgrena ed è stato chiarito che essa non merita l’accusa di spionaggio al servizio dei miscredenti che occupano l’Iraq", aggiunge il comunicato. Vero, falso? Difficile dire. Il fatto è che si vorrebbe ignorare le cattive notizie e invece credere a quelle buone. Ma è altrettanto vero che per ora non c’è alcuna prova a testimoniare che gli autori di questi messaggi abbiano davvero l’inviata del manifesto nelle loro mani. Non una fotografia, non un audio o un video. Nulla di nulla. Così la paura virtuale alimentata dei messaggi precedenti, che da venerdì lanciavano terrificanti minacce di morte, ha in effetti lo stesso valore della speranza virtuale infusa da quest’ultimo messaggio. "Rispondendo all’appello del Consiglio degli Ulema, noi dell’Organizzazione della Jihad libereremo la prigioniera italiana nei prossimi giorni". E aggiunge: "La liberazione sarà la prova che la Jihad in Iraq è all’altezza del nome che porta, nonostante ciò che abbiano detto le malelingue ipocrite". Concludendo poi con un grido di battaglia: "In verità il sangue versato in Iraq non scorrerà senza punizione. Non rimarremo in silenzio sino a quando i soldati e i loro agenti incendieranno la terra dell’Islam". Chi ha in mano la Sgrena avrebbe commesso un errore di persona. Pensava di avere catturato una "spia al servizio degli americani e dei loro alleati". E ha scoperto che non era così. Parole forse rassicuranti. Che vanno ad aggiungersi al messaggio, sempre via web, diffuso due sere fa da qualcuno che si presenta addirittura come il gruppo di Abu Mussab al Zarkawi, il super ricercato rappresentante numero uno di Al Qaeda in Iraq. "Al Arabiya ha diffuso la notizia secondo cui Al Qaeda avrebbe rivendicato il rapimento della giornalista italiana. Informiamo che la notizia non è vera. Questo nostro comunicato non significa che condanniamo questa operazione", affermava riferendosi alla tv araba del Dubai. Ma in Iraq tra i circoli degli 007 occidentali che lavorano per la liberazione dei rapiti la cautela è massima. Pochi prendono seriamente i comunicati via Internet. La convinzione più diffusa è che il gruppo armato che venerdì scorso ha rapito l’italiana sarebbe composto da criminali comuni a caccia di riscatti. Lo testimonierebbe tra l’altro la telefonata fatta sabato mattina dal portatile della rapita a quello dell’amica e compagna di camera all’hotel Palestine, Barbara Schiavulli. Quest’ultima è tra l’altro stata consigliata da più parti di partire al più presto. "Restando potrebbe mettere in pericolo se stessa e forse anche Giuliana", viene sostenuto. Risultato: la Schiavulli ha lasciato l’Iraq ieri mattina alla volta dell’Italia. Ma non sarebbe da escludere che la Sgrena sia "già passata di mano". Non sarebbe la prima volta. Nella situazione di caos in cui è precipitato il Paese a due anni dall’invasione americana, molto spesso criminalità comune, guerriglia e terrorismo operano su piani comunicanti. Ed è possibile che l’ostaggio sia stato "venduto" dalla "bassa manovalanza criminale" che opera nella zona dell’università di Bagdad dove si era recata la reporter a "organizzazioni politiche più articolate e complesse". Di fronte a tanta incertezza, un’altra buona notizia. Ieri è finita la prigionia dei quattro ingegneri egiziani della società telefonica Orascom rapiti lo stesso giorno della Sgrena. Sarebbero stati liberati dai militari americani che avrebbero intercettato i sequestratori a un posto di blocco.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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