Hanno solo due televisioni le 127 famiglie di profughi sunniti fuggiti da Falluja tra novembre e dicembre che Giuliana Sgrena era andata a intervistare il giorno del suo rapimento. La corrente arriva poche ore al giorno alle tende piantate dalla Mezza Luna Rossa, spesso nascono litigi tra chi vuole vedere i film e chi i telegiornali. Però tanti di loro hanno visto almeno qualche spezzone del video girato dai sequestratori e trasmesso da Al Jazira. "Vergogna! L’italiana va liberata. I criminali che l’hanno presa vogliono gettare fango sulla causa della resistenza. Era venuta qui per raccontare le nostre sofferenze, non è giusto che le facciano male. La manifestazione di Roma è stata una buona idea, contribuisce a farla conoscere", dice Hassan Achmad Salman al Zobai, fratello di Hussein, l’imam della piccola moschea all’interno del campus dell’università Naharein (I due fiumi), che la mattina del 4 febbraio parlò a lungo con la Sgrena. Arrivare al recinto dell’università è stato facile ieri per il collaboratore locale del ‟Corriere”. "Meglio ci venga un iracheno. La zona è pattugliata da gruppi armati legati alla guerriglia sunnita", consigliano gli agenti che fanno la guardia al posto. Bagdad è vuota. Niente traffico. Posti di blocco nella speranza di intercettare i kamikaze e negozi chiusi. Anche i fornai sono sbarrati per le festività della Ashura, la più importante celebrazione del calendario sciita. Si temono nuovi massacri. Paura più che legittima. Nelle ultime 48 ore i morti negli attentati, quasi tutti nella regione di Bagdad, sono stati quasi 100, i feriti almeno altrettanti. Una quarantina di vittime venerdì, per lo più tra la folla in festa alle moschee sciite, altri attacchi ieri. Nella capitale i kamikaze sono stati almeno otto: uno si è lanciato con una moto imbottita di esplosivo contro la tenda di fronte all’abitazione di un morto dove parenti e amici si preparavano per il funerale. Un altro si è fatto esplodere su un autobus presso la grande moschea di Khadimiah (9 vittime, tra cui un bambino). Almeno 6 agenti della nuova polizia sono morti per i colpi di mortaio sparati contro il loro automezzo sull’autostrada tra Bagdad e Hilla. Ed è difficile tenere il conto dell’ondata di attacchi contro i posti di blocco. Bombe anche contro due zone sunnite, e non è chiaro se sia stato un errore (in genere è la guerriglia sunnita ad attaccare gli sciiti nella speranza di scatenare la guerra civile) o si tratti di un preoccupante segnale di rappresaglia sciita. La maggioranza tra i profughi di Naharein vede tutto ciò come atti legittimi della guerriglia. "Dobbiamo difenderci. Gli americani e i loro alleati iracheni hanno distrutto la nostra città, le nostre case, assassinato migliaia di civili a Falluja", spiega un trentenne che si rifiuta di rivelare il suo nome. È l’unico tra le quindici persone intervistate che non esprime dispiacere per il rapimento di Giuliana Sgrena. "Gli italiani sono alleati degli Usa. Devono andarsene tutti dall’Iraq. Nel video Giuliana chiede aiuto a suo marito e al movimento pacifista. Vedete? Sa che il suo governo non può difenderla", commenta. Hatem Jassem, 35 anni, è una delle quattro guardie che si trovavano a una ventina di metri dall’auto di Giuliana quando venne rapita. "Ero con i miei compagni nella guardiola. Abbiamo sentito il rumore dello scontro tra l’auto della giornalista e quella che la seguiva. Siamo usciti e abbiamo visto l’autista e l’interprete che scappavano verso di noi. Più in là quattro uomini armati di pistole stavano portando via l’italiana. E’stato rapidissimo, non più di 30 secondi", ricorda. Chi erano i rapitori? "Forse banditi. Una banda di quelle formate dopo la guerra dalle migliaia di criminali rilasciati con l’amnistia generale voluta da Saddam nell’ottobre 2002. Ma sono certo che la libereranno. E’una giornalista brava, giusta, faceva il suo mestiere". Anche per Abu Tibeh, 45 anni, taxista, la liberazione "è solo questione di tempo". Ogni settimana torna alle rovine della sua casa nel quartiere di Jolan, uno dei più colpiti dall’artiglieria americana a Falluja. "Vado e piango. Non mi è rimasto più nulla", si lamenta. Sua moglie ha riconosciuto Giuliana dalle immagini su Al Jazira. Lui racconta: "Mi ha detto che l’italiana pareva tranquilla. Non aveva paura. Ha parlato con la gente delle nostre tende, ha scherzato con qualche bambino. Voleva sapere come stavamo, cosa speravamo. Una persona giusta. Speriamo la liberino presto".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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