"Stop. Da qui in poi solo a piedi", ordinano i poliziotti in assetto di guerra. Le auto sono costrette a posteggiare a almeno 2 chilometri da Khadimiah, la principale moschea sciita della capitale. Appena dietro gli agenti con le uniformi blu sono appostati gli uomini della Guardia Nazionale, il nucleo del futuro esercito iracheno. Più avanti comincia la cerimonia. Migliaia e migliaia di persone (circa 200.000) hanno superato la paura e si sono riversate davanti al tempio per celebrare l’Ashura, la ricorrenza più importante del calendario religioso sciita. La gente è assiepata ai bordi della strada. Nel mezzo sfilano uomini vestiti da guerrieri islamici medioevali: scudi di latta e spade rugginose. "È la nostra festa. Saddam Hussein metteva in carcere persino chi veniva scoperto a cucinare i nostri piatti tradizionali a base di lenticchie e carne di capretto. Un anno fa i terroristi hanno assassinato oltre 200 persone. Ora ci stanno provando ancora. Ma noi siamo più forti, scendiamo in piazza e preghiamo", dice Assad Abdul Jabbar al Janabi, 47 anni, professore di liceo, contento di aver portato con sé le due figlie piccole, entrambe vestite di nero, un poco spaventate da un cavallo bardato come se stesse per attaccare una colonna crociata. È il momento più intenso della rivendicazione dell’orgoglio sciita. Non a caso durante le celebrazioni dell’anno scorso i terroristi, che fanno di tutto per scatenare la guerra civile con i sunniti, avevano lanciato i loro kamikaze imbottiti di esplosivo proprio qui, tra i fedeli genuflessi in preghiera alla moschea di Khadimiah e soprattutto in quella posta nel centro della città santa di Karbala. Perché Ashura è sinonimo di differenziazione dalle folle sunnite. Gli sciiti al mondo sono circa 115 milioni, il 10 per cento dei sunniti. E ieri ricordavano il martirio dei famosi "11 imam", gli unici autentici successori ai loro occhi del profeta Maometto. Ben diversi dai "quattro califfi ben guidati" in cui credono i sunniti. Soprattutto gli sciiti si considerano vittime perseguitate nei secoli, e ieri sono tornati a flagellarsi a sangue per ricordare l’assassinio dell’imam Hussein nipote del Profeta, nel 680 dopo Cristo sulla piana di Karbala. Ma oggi c’è aria di rivincita. "Finalmente le elezioni ci hanno reso giustizia. Piano piano la nostra polizia controllerà i terroristi. Il mio modello è l’Iran, compresa la sua legge religiosa che ci farà diventare tutti buoni musulmani", dice raggiante Mohsen al-Fadli, proprietario del piccolo hotel Al-Jawadeen. Una speranza che però non gli impedisce di lamentarsi per la crisi economica. "Sino a tre anni fa il mio albergo era sempre pieno di pellegrini che venivano dall’Iran. Oggi sono vuoto. Oltretutto il governo per motivi di sicurezza ha chiuso per cinque giorni le frontiere di terra. Se continua così dovrò dichiarare fallimento", aggiunge. Sul piazzale della moschea folti gruppi di uomini vistosamente armati di kalashnikov e bombe a mano controllano la folla. Sono le brigate Al-Badr e al-Mahdi, rispettivamente le milizie di Abdul Aziz al Hakim (uomo di punta della lista maggioritaria sciita) e dell’estremista Moqtada al Sadr. Non dovevano essere sparite dopo gli accordi con gli americani raggiunti nell’autunno scorso? Quando si cercano spiegazioni i miliziani replicano con gesti bruschi. Sono preoccupati di pattugliare specialmente il ponte sul Tigri che conduce verso Adamiah, il quartiere dove si trova la massima moschea sunnita della capitale. Al punto di passaggio tra le due zone la tensione è al massimo. A Khadimiah ci sono i vincitori delle elezioni che hanno beneficiato dell’invasione americana. Dall’altra parte, solo 500 metri più lontano, si trovano gli ex sostenitori di Saddam Hussein che dal voto si sono astenuti in massa. Due mondi e due umori. Quando il collaboratore iracheno del ‟Corriere” mostra la tessera stampa alle sentinelle di Adamiah, la risposta non lascia replica: "Dite agli italiani che non si facciano vedere, berremo il loro sangue".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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