I marines avanzano, la popolazione di Ramadi fugge. Lo segnala Irin news, agenzia di notizie dell'ufficio Onu per gli affari umanitari. L'offensiva su Ramadi, 400mila abitanti, sull'Eufrate un centinaio di chilometri a ovest di Baghdad, era stata annunciata domenica dal comando delle truppe Usa in Iraq: l'operazione "River Blitz", blitz sul fiume. Ramadi è considerata la città gemella di Falluja, e la popolazione teme che vada allo stesso modo, combattimenti che durano settimane e bombardamenti aerei. Le poche notizie disponibili dicono che il timore è fondato. Un comunicato del comando Usa a Baghdad ieri informava che aerei da combattimento e un bombardiere anti-carro armato AC-130 bombardano da mercoledì "obiettivi degli insorti iracheni" nella provincia di Anbar, che ha come capoluogo Ramadi. Il bombardamento si è concentrato su Haqlaniyah, cittadina che i comandi americani descrivono come roccaforte dei ribelli: l'AC-130 (il "cannone volante") ha sparato solo mercoledì 40 proiettili da 17 mm. Altre città sulla via di Ramadi sono coinvolte nell'offensiva: Hit, Baghdadi e Haditha, lungo il fiume. Un reporter di The Christian Science Monitor , "embedded" con le truppe americane, ieri descriveva così l'ingresso dei marines a Hit: "Quasi senza opposizione", scrive, "avanzano nel quartiere della moschea Mubarak verso le 2 del mattino, buttando giù a calci le porte delle case in cerca di armi e mettendo sù un posto di comando per coordinare le operazioni per ripulire la città dai combattenti".
Il comando americano informava domenica che a Ramadi e dintorni è stato imposto un coprifuoco di dieci ore, dalle 20 alle 6 del mattino, e i marines hanno stabilito dei "punti d'accesso controllato", cioè posti di blocco per intercettare "terroristi e criminali, armi e materiale" per fabbricare bombe. Ieri i comandi Usa dicevano di aver arrestato 29 "insorti" e sequestrato diversi depositi di armi. Ramadi è più grande di Falluja e altrettanto strategica: sulla principale strada e la principale linea ferroviaria tra Baghdad e la Siria, un importante oleodotto corre sulla sponda occidentale del fiume, mentre su quella orientale c'è una delle maggiori linee di trasmissione di elettricità, che porta a Baghdad l'energia della centrale idroelettrica di Haditha. Soprattutto, Ramadi è uno dei centri del triangolo sunnita dove, sostengono i comandi americani, sono riparati molti degli insorti che hanno lasciato Falluja al momento dell'assedio nel novembre scorso.
Un portavoce militare Usa dice a Irin news che la fuga da Ramadi è "prematura". Ma gli abitanti sono esausti. "Vogliono distruggere tutto e costruire una New York là, per questo tirano giù tutto. Noi vogliamo vivere in pace. Siamo stanchi di guerra e di bombe. Dio ci protegga", dice a Irin news Muhammad Farhan, 5 figli, in fuga da Ramadi con la famiglia. L'agenzia stampa umanitaria riferisce poi che negozi e uffici hanno chiuso e gli abitanti rimasti hanno difficoltà a procurarsi cibo, perché l'offensiva è arrivata senza preavviso e nessuno ha potuto fare scorte. Un funzionario municipale nell'anonimato dice a Irin che la situazione peggiorerà, soprattutto nelle zone di Ramadi dove gli insorti stanno preparandosi a combattere. Gran parte dei funzionari del governo locale sono già fuggiti. Firdous al-Abadi, una portavoce della Mezzaluna Rossa, ha detto (sempre a Irin ) che molti civili sono rimasti intrappolati nell'università e dentro a moschee per oltre 48 ore mentre i combattimenti infuriavano all'esterno: "Il governo dovrebbe prendersi la responsabilità di queste persone e della loro sopravvivenza". Si capisce così che chi può abbia cominciato a fuggire: presso parenti, o negli stessi campi profughi in cui sono sfollati gli abitanti di Falluja. Il risentimento non farà che crescere. La storia si ripete.
E ieri anche la "solita" serie di attacchi (almeno 21 morti, di cui due marines americani), e un nuovo passaggio delle complicate trattative per formare un governo iracheno. Gli attacchi: il più sanguinoso è avvenuto a Tikrit, la città del clan di Saddam Hussein, dove un uomo si è buttato con un'auto-bomba contro una stazione di polizia, alle 9 del mattino, lasciando 10 morti e 12 persone ferite, tutti iracheni. Un'ora dopo un'altra auto-bomba ha colpito un convoglio di due auto della polizia a Kirkuk, due poliziotti uccisi. A Hilla, a sud della capitale, un terzo attaccante suicida si è fatto esplodere davanti alla sede locale del Sciri, un partito sciita molto legato all'Iran che è tra i vincitori delle elezioni.
L'ultima complicazione politica è invece quella posta dai partiti kurdi nella persona di Nechirvan Barzani, premier del governo regionale del Kurdistan (e nipote del leader di uno dei due principali partiti kurdi): da Arbil ha dichiarato all'agenzia Reuter che i kurdi (il cui appoggio è essenziale a formare un governo) appoggeranno chi garantirà loro autonomia e il controllo dei territori contesi, compresa la città petrolifera di Kirkuk.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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