Tra i dibattiti succedutisi negli ultimi giorni, uno particolarmente grottesco mi è sembrato quello relativo al declino della lingua italiana in Europa. Soprattutto da parte del governo: meraviglia per l’assenza dell’italiano nei comunicati ufficiali dell’Unione Europea. E allora perché non del greco, che dopotutto, con alcuni aggiustamenti, era la lingua di Omero, Platone e Aristotele (le famose radici europee)? Colpisce soprattutto la superficialità fanfarona e nazionalista della protesta. È noto che i corsi di lingua italiana all’estero un tempo garantiti dagli istituti italiani di cultura, per esempio a Parigi, sono stati spenti dai provvedimenti di questo governo, che li considerava improduttivi. E se un tempo il 50 di rue de Varenne era un appuntamento che conta, e la palazzina che fu di Talleyrand un luogo bilingue vivace di incontri, oggi langue miseramente. Ma il ridicolo, e il paradosso, nascono dall’ostentato stupore di un governo che non esita a chiamare il ministero del "benessere", cioè delle garanzie e dell’equilibrio sociali, ministero del "welfare", ne dedica un altro alla "devolution", parla di "portfolio" per i bambini delle scuole e proclama le tre I, nessuna delle quali sta per Italiano. Ma non è colpa di questo governo se su ‟L’espresso” l’articolo di apertura della sezione Cultura (‟Voglio una vita random”) contiene frasi di questo tipo: ‟Rispetto alle opportunità offerte dalle comunità estemporanee e infinatamente mutevoli di ‘file sharing’, la rigidità di un normale cd risulta una fonte di insofferenza: il downloading possibile è infinitamente più eccitante (…) L’atteggiamento quotidiano è ‘street-wise’, guardingo come uno scout…”. Non è colpa del governo, né politicamente attribuibile, se nelle città italiane si leggono da anni insegne di bar che si chiamano Harmony, Smile, Lucky o Friends, invece che caffè dell’Armonia, del Sorriso, della Fortuna o degli Amici. Il provincialismo che vive di modelli importati ha attecchito da decenni nelle regioni dette di sinistra, quelle delle villette geometrili con le statuine dei sette nani, dove le finestre di alluminio anodizzato luccicano tra i bianchi accecanti intonaci che hanno coperto da tempo la saggezza delle pietre che assorbivano luce e calore. Lo stile (style), della creatività italiana (made in Italy), per essere trendy azzera (reset), la nostra memoria (save as…?). Ma noi, l’italiano, lo parliamo veramente?
In Francia, dove tutto, forse eccessivamente, è tradotto in madre lingua, e nessuno usa la parola "reality show" per dire il narcisismo masochista del pubblico di specchiarsi in televisione assistendo ai propri gesti goffi di sopravvivenza quotidiana, di ordinaria alienazione, c’era uno studioso di letteratura comparata, Etiemble. Particolarmente ossessionato dal "franglais", il franglese, ovvero l’invadenza degli stilemi anglosassoni, linguistici e di vita. Quando morì, il quotidiano ‟Libération” non resistette alla battuta e infierì con questo titolo: "Etiemble is dead". Parlare la propria lingua non preclude l’ironia.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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