L'ordinazione di vescovi e pastori omosessuali e l'atteggiamento da tenere nei confronti dei matrimoni tra persone dello stesso sesso hanno portato allo scisma quasi definitivo l'unione mondiale delle chiese anglicane. Un incontro al vertice tra i 38 più alti prelati anglicani, convocato a Newry, in Irlanda del nord, per cercare di ricomporre un conflitto dai toni durissimi che da due anni oppone i progressisti ai tradizionalisti, si è concluso ieri con l'apparente vittoria dei secondi. Il comunicato diffuso al termine dell'incontro richiede infatti "alla chiesa episcopale negli Stati uniti e a quella anglicana del Canada di ritirarsi volontariamente dal Consiglio consultivo anglicano", il principale organismo rappresentativo degli anglicani di tutto il mondo. Si tratta, almeno per ora, di un'espulsione a termine che dovrebbe durare fino al 2008, quando una nuova conferenza dei vescovi anglicani dovrebbe riprendere il filo della discussione.
Il primo a stappare lo champagne e a organizzare una cena di ringraziamento per l'esito dell'incontro di Newry è stato il primate nigeriano Peter Akinola, capofila dei conservatori che guida la strenua opposizione delle chiese africane e asiatiche alle innovazioni in materia di etica sessuale introdotte in Nordamerica e in Inghilterra. I tradizionalisti, che fin dall'inizio avevano spinto per una soluzione di forza, hanno costretto a capitolare la chiesa d'Inghilterra, che ha tentato fino all'ultimo un'impossibile mediazione. Pochi giorni fa l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams si è infine arreso all'evidenza dichiarando che "non esistono decisioni a costo zero" e profetizzando che nemmeno da Newry si sarebbe usciti "senza aver pagato un prezzo".
Personalmente Williams è sempre stato considerato un progressista, ma di fronte alla prospettiva di perdere in un colpo solo più della metà degli oltre 70 milioni di anglicani sparsi per tutto il mondo ha preferito cedere alla ragione politica. La chiesa anglicana inglese, d'altra parte, si era già dimostrata più disponibile al compromesso di quelle nordamericane, visto che due anni fa, di fronte alle proteste di africani, asiatici e australiani, si era rimangiata la nomina a vescovo di Reading di Jeffrey John, un sacerdote molto brillante ma colpevole di essere un gay dichiarato. Non si era invece resa disponibile a capitolare la chiesa episcopale degli Stati uniti, che nel 2003 aveva ordinato vescovo del New Hampshire il reverendo Gene Robinson, che oltre a non nascondere la propria omosessualità viveva (e vive tuttora) more uxorio con un altro uomo, per giunta dopo essersi lasciato alle spalle un matrimonio eterosessuale.
Proprio il caso Robinson, insieme alle benedizioni ufficiali di matrimoni gay e lesbici impartite nella diocesi canadese di Vancouver, è stato la pietra dello scandalo che ha portato prima a un quasi-scisma e ora allo scisma formalizzato. Il fatto che la rottura sia stata dichiarata "temporanea" appare come un puro espediente retorico, perché le divisioni tra i due campi, anziché ridursi, continuano ad approfondirsi man mano che il tempo passa. Se infatti da un lato i tradizionalisti, citando la Bibbia e aggiungendo qualche maledizione in più, lanciano anatemi violentissimi contro il peccato di Sodoma, dall'altro i progressisti dichiarano che difendere i diritti degli omosessuali è per loro una missione della massima importanza. Il vescovo statunitense Steve Charleston, ha spiegato ieri che Gene Robinson "è per noi come un campione dei diritti umani. Un po' come la gente di colore prima di loro, i gay si sono stancati di sedere in fondo agli autobus e anche per loro è arrivato il momento di alzarsi e dire eccomi, sono un essere umano onesto e dignitoso, mi devi trattare con rispetto. Questo è ciò che Gene sta facendo per noi e ha per questo il mio apprezzamento".
Argomenti come questi non hanno comunque la minima presa sugli anglicani d'Africa, per i quali non esiste alcun paragone possibile tra la discriminazione dovuta al colore della pelle e quella in base all'orientamento sessuale.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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