L'esercito indonesiano ha dispiegato nelle ultime due settimane altri 6.000 uomini nella provincia di Aceh, all'estremo nord di Sumatra, dove il maremoto del 26 dicembre ha ucciso 230mila persone e ne ha lasciate almeno 400mila senza tetto, su una popolazione totale di 4 milioni. Si aggiungono ad almeno 35mila soldati già presenti a Aceh; lavoreranno in particolare al programma "Tni costruisce villaggi", dove Tni è l'acronimo delle forze armate indonesiane, e i villaggi sono quelli in cui trasferire decine di migliaia di sfollati dello tsunami, gestiti e sorvegliati dai militari. Ieri il vicepresidente indonesiano Yusuf Kalla ha intanto commentato in termini positivi l'esito del secondo round di negoziati tra il governo di Jakarta e il Movimento Aceh Libera (Gam), i ribelli che conducono da oltre vent'anni una lotta armata per la secessione dall'Indonesia. Tra le due notizie - l'esercito che prende in mano la gestione del dopo tsunami, e i collogui di pace con il movimento ribelle - sta tutta la difficoltà in cui si dibatte Aceh, la zona più disastrata dallo tsunami.
I colloqui di pace per Aceh sono in sé una conseguenza del maremoto: Aceh viveva sotto legge marziale (poi ridefinita in "emergenza civile") dal maggio 2003, ovvero da quando era fallita una tregua e un precedente processo di pace; da quasi due anni dunque la provincia era off limits per la stampa internazionale e le organizzazioni per i diritti umani. Per forza di cose, dopo il maremoto esercito e ribelli hanno dichiarato un cessate il fuoco "informale", per permettere i soccorsi (anche se rotto da alcuni episodi di combattimento). A Aceh sono arrivati eserciti stranieri in funzione di soccorritori, le organizzazioni umanitarie internazionali, i mass media. E la pressione internazionale a risolvere in modo politico l'annosa ribellione ha avuto il suo effetto: una delegazione del governo indonesiano guidata dal ministro della comunicazione ha incontrato a fine gennaio i dirigenti del Gam (in esilio) nella capitale finlandese Helsinki, in colloqui con la mediazione dell'ex presidente della Finlandia Martti Ahtisaari.
Il secondo round di colloqui si è concluso mercoledì e ha segnato una svolta: per la prima volta, il Gam ha lasciato cadere la sua richiesta di indipendenza e proposto di discutere una formula di "auto-governo". Due anni fa il processo di pace era fallito in gran parte perché il Gam manteneva l'indipendenza come obiettivo finale, mentre Jakarta non avrebbe mai concesso più di una autonomia speciale (e poi perché né l'esercito né i ribelli avevano davvero disarmato). Interrogato dall'agenzia Reuter, il portavoce del Gam in esilio Bakhtiar Abdullah aveva detto, a proposito dell'indipendenza: "Il conflitto non si potrà risolvere a quel modo e dobbiamo abituarci all'idea".
Dunque i colloqui di pace continueranno, con un nuovo incontro in aprile: e già questo non era scontato, solo lunedì scorso sembravano al punto di rottura. Resta però da dirimere cosa intende il governo per "autonomia speciale" e cosa intendono i ribelli per "autogoverno": in fondo, Jakarta aveva sempre offerto un po' di autonomia, un po' di islam, e soprattutto un po' di redistribuzione dei proventi del gas naturale. Bisognerà vedere cosa in più potrà offrire; che il governo accetti davvero l'amnistia per gli ex combattenti, che l'esercito diminuisca la sua presenza e il Gam si sciolga. Dovranno avere parola le forze della società civile acehnese, ora schiacciate tra i ribelli e i militari. Intanto però la militarizzazione del dopo-tsunami non aiuta la distensione.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>