Un´unanime condanna del terrorismo, che "deve essere fermato", e un rinnovato impegno a creare "un vitale Stato palestinese". È questo il risultato della conferenza convocata ieri a Londra da Tony Blair per rilanciare il negoziato di pace tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese (Anp). C´era l´erede di Arafat, il neo presidente dell´Anp Abu Mazen, mancava Ariel Sharon, che da Gerusalemme si è però detto "soddisfatto" dall´evento, e c´erano plenipotenziari di ventitré paesi a sottolinearne l´importanza, tra cui il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, il segretario generale dell´Onu Kofi Annan, il responsabile della politica estera dell´Unione Europea Javier Solana. Il documento finale fissa un piano per democratizzare le istituzioni palestinesi, riformare i loro servizi di sicurezza, avviare un grande piano di aiuti economici.
Il Quartetto di mediatori internazionali (Usa, Ue, Onu, Russia), esorta Israele a non fermarsi al ritiro dalla striscia di Gaza ma proseguire invece la road map, la strada della pace abbandonata negli ultimi due anni tra nuovi attentati e rappresaglie. E la Rice, approfittando del palcoscenico londinese, rivolge un´esplicita accusa alla Siria: "Ci sono chiare prove che la Jihad islamica, l´organizzazione estremista palestinese di base a Damasco, non solo fosse a conoscenza dell´attacco terroristico di venerdì scorso a Tel Aviv ma abbia contribuito a organizzarlo".
Il vertice produce dunque tutto quanto si era ripromesso. "Abbiamo messo le fondamenta del futuro Stato palestinese" enfatizza alla fine Blair, e forse è un´esagerazione. Ma il sostegno della comunità internazionale a uno Stato palestinese "vitale" (cioè geograficamente contiguo e politicamente in grado di funzionare - uno Stato vero) ha un indubbio valore per Abu Mazen, giungendo un mese dopo il suo summit con Sharon a Sharm el Sheik e nell´imminenza delle visite che lui e il premier israeliano faranno a Washington per incontrare Bush. Si temeva che dal comunicato finale mancasse un riferimento alla lotta al terrorismo, e invece c´è: "Il terrorismo va fermato, non si deve permettere che comprometta il processo di pace". Non solo: Abu Mazen promette che gli autori dell´attentato di Tel Aviv saranno "arrestati e processati", ribadisce il rifiuto della violenza, si impegna alla massima cooperazione con Israele nel campo della sicurezza. "I palestinesi hanno bisogno di sicurezza", afferma, "ma la sicurezza può indietreggiare e perfino affogare se non è protetta da un sincero negoziato politico": come dire che deve ottenere qualcosa in cambio.
In concreto, i servizi segreti palestinesi saranno ridotti dalla dozzina di agenzie che rivaleggiavano tra loro sotto la leadership di Arafat a soltanto tre. La polizia e i reparti anti-terrorismo palestinesi verranno addestrati da paesi occidentali (tra cui l´Italia). Il generale americano William Ward coordinerà sul terreno la lotta al terrore e i collegamenti con Israele. Un ritorno, insomma, all´atmosfera di qualche anno or sono, quando la Cia aveva insegnato ai palestinesi a combattere Hamas e per una breve stagione si arrestò il terrorismo nei Territori Occupati.
Quanto agli altri due argomenti affrontati dalla conferenza, l´Unione Europea avrà il compito di sorvegliare il cammino verso la democrazia delle nuove istituzioni palestinesi; mentre Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale prepareranno un vertice di paesi donatori che dovrà riversare entro sei mesi una montagna di denaro su Gaza e Cisgiordania, per la ricostruzione e il rilancio dell´economia. "Siamo pronti a collaborare attivamente", dice il responsabile della Ue Javier Solana. "Queste iniziative hanno il pieno sostegno dell´Onu", gli fa eco Kofi Annan.
Un piccolo passo per i palestinesi o un grande balzo verso il loro futuro Stato? Si vedrà. "Tutto è possibile da quando non c´è più Arafat", commenta la Bbc. Qualche osservatore ritiene che la conferenza di Londra sia servita soprattutto a Tony Blair: permettendogli di dimostrare all´opinione pubblica nazionale - a due mesi dalle elezioni britanniche - che la guerra in Iraq non gli ha fatto dimenticare la pace tra israeliani e palestinesi, e che è finalmente riuscito ad arruolare il suo alleato Bush su questo terreno. Uno show di politica interna, insomma. Ma anche questo potrebbe essere utile a riscaldare la "primavera araba" che d´improvviso sembra soffiare sul Medio Oriente.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>