Un articolo di Pierluigi Battista su Sartre (e Aron), sulla loro conflittualità e polarità nel corso del Novecento, chiarisce curiosamente il senso di molte altre contrapposizioni forse irriducibili, anche perché viziate da vizi logici e di forma (quelli che Bacone chiamerebbe idola fori, e theatri). In breve, Battista sul Corriere della Sera si meraviglia, o finge di meravigliarsi, che i coetanei Jean-Paul Sartre, filosofo e scrittore insignito dal Nobel (che tuttavia rifiutò di ritirare) e il politologo e filosofo Raymond Aron, divisi in vita culturalmente e politicamente, siano nel comune centenario della nascita celebrati in modi diversi e sproporzionati. Ovvero, per "una legge crudele", scrive Battista, "per Aron, che aveva ragione, poche e svogliate commemorazioni. Per Sartre, che aveva torto, il piedistallo della leggenda postuma, che replica e addirittura enfatizza la monumentalizzazione mitica goduta in vita". Lasciamo da parte l’analisi di parole pur importanti come "commemorazione". Colpisce, e fa sorridere, l’uso disinvolto di formule come "torto" e "ragione", dove agisce lo stesso schema, fallace e ricorrente, di certi recenti dibattiti. Per esempio quello sulla "monocultura del best seller" introdotto da Carla Benedetti, da altri erroneamente identificata nella "letteratura popolare". L’errore è sempre quello di confondere la qualità con il successo, e quest’ultimo con l’avere ragione. Ha ragione chi vince, sottintende Battista, ed è innegabile che i valori difesi con intelligenza da Raymond Aron siano quelli delle democrazie liberali tuttora in auge e senza alternative incombenti. Ha ragione chi si identifica con le realizzazioni della Storia, o addirittura con le opinioni dominanti, ma questa brutta difesa d’ufficio di Aron sconfina allora con le opinioni di Galli Della Loggia ("se i libri della Fallaci vendono tanto vuol dire che ha ragione") e quella del ministro Castelli, (le sentenze dei giudici devono rispecchiare il "sentire comune"). Ma la ragione non si identifica col successo, né quest’ultimo col valore, perché appartengono a regimi di senso diversi: il successo si constata, la qualità invece si giudica. Ed essendo proprio il giudizio di valore ciò che obiettivamente viene occultato dall’ideologia del successo (in ogni ambito, dal modello politico al festival di Sanremo), il lettore si accorge da solo della circolarità viziosa di questa logica. Ora, quali il torto di Sartre e la ragione di Aron?
Sartre, spiega Battista (ripreso ieri da Angelo Panebianco) aveva torto perché era comunista. Aron aveva ragione perché era anticomunista. E sia. Ma lamentando il credito di cui gode Sartre post-mortem, Battista dimentica quell’elogio della "parte del torto" che, prima di lui, aveva stilato Bertolt Brecht: "...dato che tutti gli altri posti erano già stati occupati, ci siam seduti dalla parte del torto". La domanda è: cosa resterebbe della storia della filosofia (e, in parte, della letteratura) se si adottasse il criterio proposto da Battista? Se cioè fossero meritevoli di attenzione e di memoria solo quelle opere del pensiero che si sono realizzate nella Storia, quelle divenute dominanti, almeno per una certa epoca? Avremmo un repertorio di testimonianze dei peggiori totalitarismi della Storia: quello dei vincitori. Per questo mi pare un pessimo servizio offerto all’ottimo Aron: quello di farlo apparire, nel migliore dei casi, come uno di quei ragazzi secchioni che non hanno mai litigato una volta coi genitori. Quello di farlo passare, nell’altro caso, esponente moderato di quei valori il cui continuum è stato comunque assicurato dalla Storia, portavoce di quella maggioranza silenziosa che in Italia, bizzarramente, ha assunto anche il nome di terzismo.
Sì, Sartre era comunista. Scese spesso a manifestare per strada nel Sessantotto e oltre con operai e studenti e la sua voce tagliente risuonava nelle aule delle università occupate. Scrisse con Benny Lévy Ribellarsi è giusto, predicò e praticò il famoso "impegno" degli intellettuali. Si dedicò anche alla causa dei "boat people" cambogiani, cambiò idee diverse volte e non si risparmiò. Scrisse anche una certa quantità di romanzi non tutti all’altezza delle intenzioni, qualche saggio troppo verboso (come quello su Flaubert) e libri di filosofia che, anch’essi, perfino L’essere il nulla, non mancano di parlare di bar o di situarsi dentro un bar. Scrisse anche sullo stile, e una frase la ricordo bene: "ogni opera, ogni metafisica, è una ferita che parla". Fondò una rivista dal titolo charlottiano ‟Les temps modernes”, che esiste tuttora. E se le sue opere non possono gareggiare, quanto a rigore filosofico, con Heidegger e i suoi esegeti, sono sicuramente più simpatiche e liberatorie. Il fatto è che la figura di Sartre era molto, ma molto simpatica, e varrebbe la pena di interrogarsi senza pregiudizi su cosa significhi oggi e nel passato suscitare emozioni ed entusiasmi.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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