Centinaia di persone, donne e non solo, hanno manifestato ieri nella città di Multan, nella provincia del Punjab in Pakistan, per protestare contro una sentenza d'appello che ha revocato le condanne emesse due anni fa verso cinque uomini accusati di uno stupro collettivo. E alla testa di quella manifestazione c'era Mukhtaran Mai, la donna che di quel terribile fatto era stata la vittima: è stata lei a ringraziare i partecipanti, e a dire che quell'assoluzione l'ha scioccata: "Farò appello alla Corte suprema", ha annunciato. Ha anche detto di temere per la sua sicurezza, quando i suoi stupratori saranno scarcerati. Il caso di Mukhtaran Mai, maestra di scuola del villaggio di Meeranwala, nel Punjab meridionale, aveva suscitato grandissima indignazione. Era stata una catena di mostruosità: un ragazzo di 16 anni, fratello minore di Mukhtaran Mai, era stato accusato dagli uomini di un certo clan (famiglia allargata) di aver avuto una relazione illecita con una delle "loro" ragazze. I Mastoi hanno portato la loro accusa al consiglio di villaggio, panchayat. Risulterà poi che i fatti stavano altrimenti: il povero ragazzo, del clan Gujar, era stato attirato nei campi e violentato da uomini Mastoi. Ma loro sono il clan più potente del villaggio, mentre i Gujar sono una "casta" bassa, e i vecchi del panchayat non si sono preoccupati di accertare i fatti: hanno deliberato che i Mastoi avevano diritto a una "riparazione" e che la "colpa" del giovane Gijar sarebbe stata lavata violentando la sorella di lui. Lo stupro collettivo è avvenuto il 22 giugno del 2002, presenti i quattro uomini del clan Mastoi come "esecutori" della sentenza e due testimoni. Superfluo sottolineare il sottinteso disprezzo per l'individualità della donna, umiliata e viuolata per soddisfare l'idea di onore del clan.
La notizia di quella violenza era uscita solo quando l'Imam del villaggio ha deciso di rompere il silenzio, e in un sermone ha condannato lo stupro "contrario all'islam". È allora che la stampa pakistana si è messa al lavoro e la storia è emersa: suscitando grandissima indignazione, perché uno stupro sanzionato da una "sentenza" di anziani è inaccettabile da ogni punto di vista. Gruppi di donne si sono mobilitati, il governo ha dovuto aprire la sua inchiesta, la Commissione per i diritti umani in Pakistan (indipendente) ha segnalato che stupri e delitti "d'onore" sono diffusissimi. Le denunce si sono puntate su quei consigli di anziani di villaggio che emettono sentenze senza alcuna legittimità legale, basate su tradizioni feudali e non sulla legge: ma spesso rivestite di islam per dargli una legittimità, tanto che le autorità esitano ad andare contro i consigli di villaggio per paura di offendere i "sentimenti religiosi popolari".
Insomma, quando il caso di Mukhtaran Mai è arrivato in tribunale, nel settembre del 2002, i sei uomini coinvolti sono stati condannati a morte e i loro avvocati hanno accusato: la senzenza era stata "influenzata dai media e dalla pressione del governo". In effetti il governo, per rispondere all'indignazione pubblica, aveva offerto alla vittima una scorta e un risarcimento di 83.000 dollari - che lei ha poi usato per aprire delle scuole e buttarsi in un'opera di educazione popolare.
Giovedì scorso il tribunale d'appello ha mandato assolti cinque degli imputati e convertito la condanna a morte in ergastolo per il sesto - citando visi formali nel processo di primo grado. La nuova sentenza è stata accolta con commenti molto duri e le proteste di gruppi di donne. E Mukhtar Mai ha promesso che lotterà ancora: si è ribellata alla legge del clan, e intende andare avanti.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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