Le province di Lunda sud e nord, nel settentrione dell'Angola, sono diventate "un immenso campo di concentramento dove le garanzie individuali e le condizioni minime di sussistenza" sono limitate. "Il governo ha trasformato quella regione in un selvaggio west", denuncia Rafael Marques, attivista dei diritti umani angolano che lavora con la Open Society Foundation di George Soros. È una denuncia terribile, perché dice che i diamanti continuano ad alimentare una catena di sfruttamento e di sofferenza nel grande paese dell'Africa meridionale. Già, i diamanti. L'Angola è ricca di diamanti, e della qualità più alta; la vena più ricca dell'Angola e forse dell'intero pianeta si trova proprio nelle province di Lunda, con la valle del fiume Cuango. Non per nulla quando il defunto ribelle Jonas Savimbi aveva ripreso le armi contro il governo centrale, nel 1992, come prima cosa aveva occupato la valle del Cuango: per un decennio sono stati i diamanti la prima fonte di finanziamento di una guerra interna che ha fatto oltre mezzo milione di morti, ha lasciato enormi regioni del paese in rovina e almeno 90mila mutilati dalle mine - e qualcosa come 4 milioni di profughi, su una popolazione totale di 11 milioni di angolani. Ma questo è il passato - è la storia dell'Angola che ha spinto negli anni `90 diverse organizzazioni per i diritti umani a parlare di "diamanti insanguinati", fino a spingere le Nazioni unite a dichiarare l'embargo sulle gemme estratte in zone di conflitto.
Il rapporto diffuso qualche giorno fa a Lisbona parla però del presente e delle condizioni in cui i diamanti vengono estratti nelle province di Lunda. Estrarre i diamanti può essere un lavoro artigianale oppure un'industria meccanizzata, a seconda della natura del terreno e dei giacimenti: in Angola ci sono alcune grandi miniere ma è molto importante anche la produzione alluvionale, i diamanti trascinati nel letto dei fiumi dalle piogge stagionali. E in quel caso, è un lavoro artigianale, di uomini armati di pale e setacci che passano la vita con i piedi nel fango. Un lavoro miserabile, cercare diamanti: qualche mese fa un'altra indagine diceva che il cercatore non fa più di un dollaro al giorno in media, un reddito da "povertà assoluta". Ora l'indagine sponsorizzata dalla fondazione Mario Soares (portoghese), dall'Istitute for Southern Africa (olandese) e dalla Open Society - ma condotta da ricercatori angolani e portoghesi - parla anche di una situazione di sfruttamento e violenza inaudita. Le concessioni minerarie, dice, hanno reso gran parte della superfice delle due province di Lunda (180mila chilometri quadrati in totale) off limits per il milione e passa di abitanti. La polizia è spesso indistinguibile dalle guardie private delle compagnie minerarie. I governatori delle due province hanno il diritto di garantire licenze commerciali, minerarie o agricole e possono limitare i movimenti della popolazione e delle merci. "Questo, in termini legali, è il panorama che fa delle province di Lunda un immenso campo di concentramento dive i diritti individuali sono sospesi", dice il rapporto. Per condurre l'indagine, Rafael Marques e l'avvocato portoghese Rui Falcao de Campos hanno viaggiato per 7.000 chilometri nelle due province, per sei settimane. Hanno intervistato lavoratori, parenti di detenuti uccisi, ufficiali di polizia. Citano episodi inquietanti, come i 5 detenuti in custodia di polizia, morti per soffocamento per essere stati ammassati in una minuscola cella. O il ritrovamento di altri otto corpi buttati in un fiume, pochi giorni dopo l'arresto. Nella valle del Cuango gran parte della produzione è fatta da free-lance, cercatori non registrati che lavorano in pozzi considerati abusivi: questo li espone a raid di polizia e alla tirannia dei compratori delle compagnie concessionarie - spesso sono pagati semplicemente sotto forma di cibo. Il rapporto conclude con un appello: boicottare i diamanti estratti dove non sono rispettati i diritti fondamentali delle persone.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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