Lunedì 21 marzo si inaugura ufficialmente, in Italia, il mercato della cura coatta: si inaugura, cioè, la nuova struttura di Castelfranco Emilia per il recupero di detenuti tossicodipendenti "condannati a pene detentive che non permettono l'assegnazione alla comunità", secondo le parole del Guardasigilli, Roberto Castelli. Sarà una struttura "a custodia attenuata", gestita insieme (non si sa ancora con quale ripartizione di ruoli e competenze) dal pubblico e dal privato: nella fattispecie, dal ministero della Giustizia e da quella holding dell'assistenza che è San Patrignano: un modello di intervento e recupero che risulta in perfetta sintonia con le politiche del centrodestra in materia di tossicodipendenze.
Sulla natura di questo centro, a oggi, non si sa molto di più di quanto appena riportato. Il progetto parte da lontano: nel 2001 fu Carlo Giovanardi, ministro dei rapporti con il Parlamento, a gettarne le basi, di concerto con Andrea Muccioli, figlio del fondatore di S. Patrignano e oggi, a sua volta, a capo della comunità più famosa d'Italia. Nel frattempo, il disegno comincia a realizzarsi (al costo di 8 milioni di euro), grazie alla ristrutturazione dell'ex casa lavoro di Forte Urbano (carcere per oppositori politici durante il fascismo) e nella prospettiva di un protocollo d'intesa tra ministero della Giustizia e regione Emilia Romagna. Da domani, questo centro di "reclusione e recupero" sarà (dovrebbe essere) un'azienda agricola di 23 ettari; e vi saranno (dovrebbero esservi) impiegati detenuti "selezionati" attraverso i tribunali di sorveglianza e con l'avallo delle direzioni delle carceri. Quanto all'aspetto riabilitativo e terapeutico, la legge stabilisce che le regole debbano essere quelle già valide per il sistema penitenziario: e che, quindi, il trattamento del tossicodipendente spetti ai Sert. Qui si addensano le maggiori ambiguità: perché il governo ha annunciato che si tratterà di "una nuova esperienza" e perché fu lo stesso Muccioli, nel 2001, a dichiarare: "Non accetteremo situazioni pasticciate, non avalleremo scelte in contrasto con i nostri principi. Tanto per intenderci, non si uscirà da Castelfranco per finire imbottiti di metadone in qualche, si fa per dire, struttura di recupero. Occorrerà, secondo noi, formare le guardie penitenziarie che avranno un ruolo di educazione e non solo di contenimento".
Vediamo, dunque, di fare chiarezza. Il progetto del carcere per tossicodipendenti di Castelfranco non può essere inteso in tutto il suo significato, se non alla luce della strategia complessiva del governo Berlusconi in materia di tossicodipendenze: strategia della quale, questo centro, rappresenta una importante esemplificazione operativa e, insieme, una sperimentazione per il futuro. La logica che presiede all'avvio di una simile struttura è la stessa che penalizza ogni forma di consumo di stupefacenti. La stessa, cioè, che qualifica come "reato penale" l'assunzione di sostanze, senza distinzione alcuna tra quelle "leggere" e quelle "pesanti". A fronte della sanzione penale prevista per questo consumo, la legge promossa da Gianfranco Fini prevede la possibilità di sottrarsi alla detenzione, accettando, in alternativa al carcere, un percorso terapeutico di disintossicazione.
A partire da qui, le contraddizioni di questo disegno di legge, dell'impianto giuridico che lo sorregge e della cultura che lo ispira, si fanno stridenti. Da quale tipo di "dipendenza" può mai essere curato, infatti, un (occasionale o non) consumatore di cannabis, se la sostanza che assume - nella stragrande maggioranza dei casi e delle situazioni - non ne causa alcuna? È possibile, in altre parole, che chi viene sorpreso a fumare una "canna" possa, per questo, finire (oltre che in carcere) a piantare patate in un'azienda-penitenziario in Emilia Romagna, al fine di una cura disintossicante? Si badi: qui non si intende affrontare il merito "politico" della questione. Su quello noi (e molti altri) ci siamo espressi, segnalando il grave arretramento degli standard di garantismo del nostro ordinamento, derivato dalla penalizzazione del semplice consumo di stupefacenti. Qui si vuole dire, piuttosto, che il principio secondo il quale all'assunzione di droghe deve corrispondere una condizione coatta (di pena e/o di cura) non regge sul piano scientifico: in primo luogo, per la mancata distinzione tra le diverse sostanze, la loro composizione, i loro effetti (oltre che per il mancato riconoscimento del fatto che esistono consumatori occasionali di droghe "pesanti" che non accusano alcuna dipendenza).
Inoltre, la casa di reclusione di Castelfranco sarà, in Italia, la prima struttura detentiva affidata alla gestione di un soggetto privato. E su questo c'è moltissimo da dire. Innanzitutto, non risulta chiara la forma della coabitazione tra sanità pubblica e peculiare (e controversa) metodologia terapeutica di San Patrignano. E, poi, c'è un discorso più generale. Se i modelli di riferimento sono le imprese che negli Stati Uniti, come in Inghilterra o in Australia, hanno in appalto molti istituti o l'intero sistema penitenziario, allora c'è di che essere preoccupati: i casi documentati e accertati (e talvolta sanzionati) di sistematica violazione dei diritti dei detenuti si sprecano; e la detenzione va smarrendo (o ha già smarrito) ogni carattere anche minimamente riabilitativo, per ridursi a mera strategia di esclusione e di neutralizzazione. Nel caso italiano - si obietterà - a gestire Castelfranco non sarà un'impresa, ma una comunità terapeutica con decenni d'esperienza. Ma, anche a voler trascurare il carattere "industriale" di quell'esperienza, è il modello di "solidarismo autoritario" praticato a San Patrignano che inquieta. Nell'esperienza avviata da Vincenzo Muccioli si intrecciano punizione "a fin di bene" e paternalismo istituzionale, pedagogia coercitiva e disciplina familistica, autoritarismo e controllo sociale. La "solidarietà" verso il tossicomane si traduce in un meccanismo di interdizione-costrizione (che a Castelfranco, in un carcere, troverà piena realizzazione): perché - è questo il punto - il presupposto dal quale muove quell'approccio terapeutico è che il tossicomane sia un individuo incapace di intendere e di volere, di cui si può perseguire la "salvezza" anche senza il suo consenso e contro il suo consenso; e che, dunque, la sola strategia efficace sia quella che surroga la volontà del tossicomane, ne inibisce la residua autonomia, ne assume la piena potestà. Quale coabitazione sarà possibile, allora, tra gli operatori di San Patrignano e quelli dei Sert, che pure, a termini di legge, dovranno essere presenti a Castelfranco? La strategia della "riduzione del danno", in base alla quale questi ultimi potrebbero operare, parte da una premessa esattamente opposta: ovvero dall'idea che nel tossicomane sopravviva sempre una qualche capacità di autonomia e di scelta (poca o molta che sia). Da qui dovrebbe derivare una terapia che ha come primo obiettivo quello di tutelare e incentivare le risorse di indipendenza e di "libero arbitrio" (poche o molte che siano) che ancora resistono. Risorse che la natura stessa di un istituto come quello di Castelfranco tende ad annullare: o, comunque, a svalutare.
Da molti anni, la destra politica tenta di privilegiare la strategia riassumibile nell'esperienza di San Patrignano, al fine di renderla egemone tra le metodiche adottate dall'intervento pubblico. Sotto il profilo scientifico si tratta di una vera sciagura. E lo sarà da domani, con molta probabilità, anche da un punto di vista degli effetti sociali e culturali: perché San Patrignano e Castelfranco rappresentano quel "solidarismo autoritario" che è senso comune e modello pedagogico-terapeutico della destra italiana e di parte del suo elettorato. E sarà "cura coatta", dunque, anche per chi non vuole o non ha necessità di essere curato; sarà "detenzione privata", in barba al fatto che è pubblico - e inalienabile funzione dello Stato - quel diritto che sanziona e decide la reclusione; e sarà "mercato", tutto ciò, se quel centro, come annunciano i vari giovanardi, dovesse diventare modello per la cura delle dipendenze (vere o inventate). Dio ce ne scampi e liberi.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>