Kofi Annan ha presentato alla Assemblea Generale il suo "Rapporto" sulla riforma delle Nazioni Unite. L'evento merita un commento immediato - inevitabilmente sommario - in attesa che una più rigorosa riflessione sia resa possibile dalla disponibilità delle 63 pagine del testo ufficiale. Ciò che si può sin d'ora sostenere è che il progetto di riforma delle Nazioni Unite concepito da Annan e dai sedici saggi dello High-level Panel da lui nominati conferma e in parte aggrava la natura centralista, gerarchica e illiberale della massima istituzione internazionale. Tre sono i punti centrali dell'appello che il segretario generale ha rivolto ai capi di stato e di governo del mondo, convocandoli ad approvare o respingere in toto le sue proposte in un Vertice previsto per il 14-16 settembre.
Occorre anzitutto, sostiene Kofi Annan, che le Nazioni Unite, e in particolare il Consiglio di Sicurezza, siano "ampiamente rappresentative della realtà del potere nel mondo d'oggi". Questa traduzione "realistica" dei rapporti di forza in norme e istituzioni internazionali deve accordare un ruolo preminente ai paesi che più contribuiscono al funzionamento delle Nazioni Unite "in termini finanziari, diplomatici e militari". In secondo luogo è necessario che la legittimazione dell'uso della forza internazionale vada oltre le prescrizioni della Carta delle Nazioni Unite, che lo limitano rigorosamente all'ipotesi di una violazione o di una minaccia di violazione della pace. È necessaria, infine, una nuova, rigorosa, definizione del terrorismo che includa nelle sue previsioni normative e nei modi della repressione anche il terrorismo praticato da soggetti non statali, che come tali oggi si sottraggono alla disciplina delle convenzioni dell'Aja e di Ginevra.
Si tratta di un progetto che delude anche le più prudenti aspettative di un riformismo che vada nella direzione di una democratizzazione - o almeno di una minima rappresentatività - delle Nazioni unite e in particolare del Consiglio di sicurezza. Il progetto di portare a 24 i suoi membri - a parte l'irrisoria alternativa fra il modello A e il modello B, caldeggiato dal governo italiano - non fa che confermare e consolidare il plusvalore giuridico dei cinque membri permanenti. La gestione autocratica del Consiglio di sicurezza da parte degli Stati uniti - la sola superpotenza che continua a esercitare il potere di veto - otterrà un'ulteriore legittimazione grazie alla docile disponibilità ad una cooptazione subordinata da parte di potenze economiche o demografiche come il Giappone, la Germania, l'India e, si teme, il Brasile.
In poche parole, ne esce rinforzato e consacrato quel modello da Santa Alleanza che Hans Morgenthau giudicò sin dall'inizio il paradigma ispiratore della struttura di potere delle Nazioni Unite.
Ancora più allarmante è la proposta di una revisione della disciplina dell'uso della forza da parte del Consiglio di sicurezza. Se, come è altamente probabile, il progetto di Kofi Annan seguirà l'orientamento dei saggi dell' High-Level Panel, per questa via verrà introdotta una nuova ipotesi di uso della forza da parte del Consiglio di sicurezza. E questo avverrà all'insegna della dottrina statunitense dell' humanitarian intervention , già praticata in Iraq, in Somalia, nei Balcani, ad Haiti. Assisteremmo insomma ad una deriva dell'ordinamento giuridico internazionale che lo ridurrà a svolgere sempre più funzioni puramente adattive nei confronti della volontà delle grandi potenze e a rinunciare a una funzione normativa e regolativa minimamente efficace. Altrettanto si dovrà molto probabilmente dire - e dire con forza - quando si conoscerà la nuova definizione di terrorismo che il segretario generale avanzerà. Non è azzardato pensare che anche in questo caso sarà forte la pressione di chi chiede una legittimazione formale della sua guerra infinita contro l'"asse del male".
Del resto, attendersi molto di più e di diverso dall'attuale segretario generale delle Nazioni unite sarebbe stata un'imperdonabile ingenuità. Kofi Annan, nonostante i suoi nobili sentimenti umanitari, resta l'elegante e bonario maggiordomo della Santa Alleanza del Terzo Millennio che gli Stati Uniti hanno imposto alla comunità internazionale con un ricatto finanziario.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>