Hanno tutti meno di trent’anni, l’occhio da professionisti, la ventiquattrore, il telefonino. Parlano modenese, napoletano, bergamasco, padano e terrone. Viaggiano su Internet, vestono firmato (ma non troppo), vanno in discoteca, adorano la Nutella, la pizza e il parmigiano. Studiano e lavorano anche di domenica. Italiani in tutto, anche nelle nevrosi. Si sono infilati in un varco: quello aperto dai loro padri negli anni Settanta, quando il nostro Paese fece boom e divenne l’America. Padri extracomunitari, entrati a fatica nella Fortezza Europa dalle periferie del nostro mondo. Marocco, Albania, Sri Lanka, Vietnam. Gente da questura, direbbe qualcuno. E invece, saranno classe dirigente. Medici, ingegneri, capi d’azienda. Sono i figli degli immigrati, il meglio della seconda generazione, italianissimi di cultura e (non sempre) di passaporto, avanguardie di un esercito che entra nel Paese per la porta principale. Non più extracomunitari, ma "extraitaliani", come li battezza Ilvo Diamanti. Italiani speciali, con in corpo tanta fame di riscatto. E una dote oggi rara: la capacità di sognare. Un’onda lunga che nel nostro Paese a immigrazione recente arriva solo ora. In ritardo rispetto a Francia, Germania, Inghilterra. Manar Mohamed, 22 anni, nata in Italia da genitori egiziani, ti apre il punto-vendita Nokia di cui è titolare nel centro di Reggio Emilia e ti provoca un immediato jet lag. L’Italia e l’Egitto coabitano in lei senza problemi. Dov’è il conflitto di civiltà? Manar ha un profilo nilotico e un perfetto accento emiliano. Porta il velo come timbro d’origine, ma ti dà del "tu" e ti pianta addosso due occhi scuri pieni di sicurezza. Legge letteratura araba antica e mette le mani come una maga nei cellulari dell’ultima generazione. Sogna di studiare la cultura d’Oriente e intanto corre per la Margherita alle comunali. è musulmana osservante, ma abita la terra del culatello. Lontana e integrata allo stesso tempo. "Ciao Manar", la salutano gli avventori del bar, e in bocca agli emiliani quel nome arabo pare italianissimo, un squillante, risorgimentale "Manara". La sera lavora anche dopo l’orario, a chiudere i conti dietro la saracinesca abbassata. Non si siede mai, l’italiana del Nilo. A settembre si iscriverà all’università di Bologna, facoltà di culture orientali, continuando a lavorare part-time per garantirsi l’indipendenza. E cova un sogno: aiutare i deboli, gli orfani. Intanto si impegna nel direttivo nazionale dei Giovani musulmani. Sa che questo sarà il suo Paese, quando i suoi torneranno in Egitto. La piccola avanguardia dei nuovi italiani non mostra la fatica - anzi le tempeste - che le è costata questa sua normalità. Non solo l’adattamento a una società diversa da quella d’origine, ma anche l’obbedienza a un padre silenzioso, fiero, "molto arabo", che ne ha condizionato le scelte fin da bambina. Una storia nomade la sua - di strappi, nostalgie e faticosi adattamenti - che comincia a nove anni, quando papà Sayed, professione tornitore, decide di mandarla a scuola di arabo per ricollegarla alla cultura d’origine. "Non era una scelta facile - racconta Manar - io passavo otto ore al giorno a scuola e la mia lingua era ormai l’italiano. Lì avevo le amiche, i giochi, lì giocavamo a nascondino e "trestelle", persino a calcio con i maschi. Ma amavo e amo tuttora le sfide, così accettai". In soli cinque mesi Manar impara a leggere e scrivere nella lingua dei padri. È sveglia, le basta studiare con uno zio nel dopo-scuola, per passare l’esame di ammissione alle scuole medie egiziane al consolato di Milano. Ma nella sua testa di bambina non immagina per un solo attimo che questo vuol dire lasciare "la sua Italia". Non sa che suo padre ha già deciso. E così, "quando mi dissero che avrei continuato a studiare al Cairo, non capii subito cosa significasse. Ero felice di dire alle compagne che sarei salita su un aereo da sola, felice di volare sul Mediterraneo, di rivedere i parenti. L’Egitto, per me, era solo il luogo della vacanza estiva. Dal quale sarei potuta tornare quando avrei voluto". Non è così, Manar non torna. La famiglia ha deciso di lasciarla in Egitto fino ai sedici anni, in casa degli zii, a completare medie e superiori. "Andai a scuola e tutto si rivelò difficile, a scuola perdevo il filo, morivo di nostalgia per l’Italia, pensavo alle compagne che avevo lasciato, a mio fratello maggiore, Mohamed. I primi mesi furono durissimi. La sera guardavo gli aerei passare, e mi dicevo: che bello se la mamma fosse lì. Mi addormentavo pensandola. E una notte, mi ricordo, arrivò a sorpresa, la notte del mio compleanno". Poi, lentamente, l’Egitto le entra nel cuore, con la sua storia, la sua gente, il profumo d’erba del Grande Fiume. Ha insegnanti severi, che incutono e chiedono rispetto. Fa nuove amicizie, comincia a conquistarsi spazi di indipendenza. Assieme alla migliore amica, Shayma, decide di iscriversi all’università di lingue del Cairo, ormai è quella la sua città. Sono passati sei anni, la ferita s’è rimarginata, Manar - la donna che ama le sfide - è di nuovo felice, ha in sé la forza di due culture, due lingue, due appartenenze. Ma di nuovo deve fare i conti con la famiglia che ha altri piani per lei. "Ero tornata in Italia per l’estate, in ottobre mi preparavo a rientrare definitivamente al Cairo, avevo già fatto le valigie. Papà entrò in camera mia e mi disse: non parti più. Non riuscii a convincerlo. È uno che parla poco, quando decide decide. Disse che a quell’età la mia partenza sarebbe stata senza ritorno, che la mamma avrebbe sofferto troppo. Mi chiusi in camera, tutti i miei sogni erano andati in fumo. Per la seconda volta perdevo tutto. Amicizie, luoghi, abitudini, progetti di vita. Anche l’università. Il titolo di studio egiziano qui non valeva, avrei dovuto rifare gli ultimi due anni di liceo. Era finita". La iscrivono a un istituto tecnico, ma Manar si chiude nel silenzio, per sei mesi non vuol vedere nessuno. La bocciano, sente che tutto è perduto. Ma ancora una volta, lentamente riemerge, riesce a farcela. è come se nascesse per la terza volta. Trova gli amici giusti, si paga gli studi facendo la centralinista. Prende la maturità con 75 centesimi. Vive ancora in famiglia, onora il padre e la madre, ma ora vuole la sua indipendenza. L’università è andata, pensa, avrò almeno un lavoro. Impara in fretta il software, la prendono alla Nokia. Parla buon inglese, è affidabile, l’azienda le dà carta bianca, e non le pone alcun problema quando, lo scorso luglio, decide di mettersi il velo. "Quando sei fra due identità tutto è più difficile", spiega Gabriella Petti, autrice del libro Il male minore sull’esclusione dei giovani stranieri. "Puoi appiattirti su quella adottiva, col rischio di accettarne il peggio: veline, tv spazzatura, qualche canna, lavoretto subito e scuola chissenefrega. Succede a tanti figli di immigrati. Ma puoi anche tornare all’identità originaria, anche la più retriva, come luogo della nostalgia e talvolta del rancore, in risposta alla prima delusione". Il difficile è stare in mezzo. Solo i più forti ci riescono. Manar ci riesce alla grande. Affronta di petto il nodo della sua cittadinanza complessa: entra nel direttivo dei Giovani musulmani, partecipa alle comunali di Reggio, si iscrive alle Donne dell’Ulivo. Ridiventa vincente. "È una storia che ti fa dire che le donne sono più toste", conviene Gabriella Ghermandi, italo-etiope di Bologna, coordinatrice del sito El Ghibli, piccola miniera sulla vita degli "immigrati in seconda". "Le donne devono combattere su due fronti: la società e la famiglia che non le vuol mollare". Le cinesi specialmente, imprigionate dalla nascita in un sistema criptato di casa e lavoro. "Quelle che ce la fanno rivelano un percorso di autocoscienza formidabile" spiega Maria Chiara Patuelli, che a Bologna ha raccolto in un libro - Verso quale casa - le testimonianze di molte "ragazze migranti" in un corso di scrittura creativa. Loubna Handou ha 22 anni come Manar. è di Casablanca, prima di sei fratelli, e studia brillantemente scienze politiche a Bologna. Ricorda gli anni passati in un triste condominio chiamato "Stalingrado", infestato di spacciatori e teppisti metropolitani. "Mio padre era asfissiato dal controllo dei conterranei. Gli dicevano: la Loubna non tiene gli occhi bassi. Ah, Loubna è uscita da sola, e lui diventava nervoso. Ora che viviamo in centro la tensione si è allentata. Ma a Stalingrado ho capito che lo studio era la mia via di affrancamento". Loubna non può ancora uscire sola la sera. Ma si riconosce tutta nelle libertà del sua seconda patria. Rivendica: "L’Italia sono anch’io". Per gli uomini è tutto più facile. Huynh-Hong Quang, 25 anni, genitori vietnamiti e amico di Manar, è un allegro compromesso tra la civiltà del riso e quella del tortello. Laureando in ingegneria informatica, ti viene incontro in tuta da ginnastica, occhi a mandorla e accento-mortadella. Non ha memoria di discriminazioni, traumi o conflitti. "Oggi l’Italia è piena di asiatici - sorride - ma quando i miei vennero qui, negli anni dei boat people, eravamo così pochi che ci prendevano come comparse nei film". "Due campane sono meglio di una", taglia corto con chi gli parla di contrasto fra le due culture. Anche Manar sogna l’università; ha già deciso di iscriversi ai corsi del prossimo anno, anche se con tre anni di ritardo. Ha fretta di riguadagnare il tempo perduto. Lavorerà e studierà insieme, ha deciso. "Ce l’hanno fatta altri, ce la farò anch’io", dice spegnendo le luci del negozio. Le strade del centro sono piene di giovani, per metà figli di immigrati. Fiumi di extraitaliani sotto la luna sniffano la primavera padana che comincia e l’odore dell’ultima neve sugli Appennini. Kadija Lamami, 25 anni, nata qui da genitori marocchini, racconta quando per la prima volta, a quattro anni, vide la neve cadere e, stando alla finestra col fratellino, si chiese cosa fosse quella cosa che turbinava. Il panettiere, uscendo di bottega di fronte, li vide e gridò: "Ma è la neve, ragassi!". Come in un film di Fellini. Assou Elbarij 29 anni, marocchino di Trento. Laureato in economia, è consulente di un sindacato nelle vertenze di lavoro. Nato a Ifrane, poliomielitico dalla nascita, arriva in Italia a sedici anni con altri cinque fratelli, a seguito del papà meccanico. Fa le scuole medie alle serali e ricupera in fretta: prende la maturità e poi la laurea con lode. Svela il segreto della famiglia: l’unione, con dietro "una madre meravigliosa". Oggi i sei fratelli Elbarij sono tutti inseriti nello studio e nel lavoro. Dice: "Ci sono tanti bravi ragazzi in giro che hanno avuto sfortuna. Nessuno parla di loro. Spesso tra gli immigrati fanno notizia solo quelli che rovinano la reputazione altrui". Loubna Handou 22 anni, di Casablanca, iscritta alla facoltà di scienze politiche a Bologna, è giunta in Italia nel 1989, primogenita di sei fratelli. Vive all’inizio in una casa colonica abbandonata, poi in un condominio di periferia. Non sono anni facili: il padre perde un polmone in una fonderia e viene licenziato in tronco, la mamma lavora nelle pulizie. Poi le cose vanno meglio. Il padre, musulmano osservante, scommette subito su di lei e la fa studiare. Racconta: "Lo vedevo tornare da scuola con gli occhi luccicanti di soddisfazione dopo aver visto i professori, e questo mi dava la carica". Sogna di viaggiare e lavorare in un’organizzazione umanitaria. Huynh-Hong Quang detto Lucio, 25 anni, nato a Roma da profughi vietnamiti, vive a Reggio Emilia e sta per laurearsi in ingegneria informatica. Il papà lavora a Carpi nel settore della maglieria. Dice del suo futuro: "Di certo non farò l’impiegato, mi piace troppo il contatto con la gente". Ha visto il Vietnam per la prima volta da adulto. "Da bambino ho avuto un’educazione orientale, con genitori molto distaccati e molto legati all’etichetta". Ma il suo habitat è italianissimo: palestre, paninoteche, internet caffé. Nel tempo libero Lucio insegna arti marziali, fa animazione nei centri civici e nelle ludoteche del Comune. In casa, cucina doppia: riso cantonese e tortelli.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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