I riflettori della tv illuminano strade affollate, facce incerte, adulti che stringono bambini: questa volta non si faranno prendere di sorpresa. La scossa di terremoto l'hanno sentita tutti. Anche la mattina del 26 dicembre l'avevano sentita: a Banda Aceh e nei villaggi della costa settentrionale di Sumatra (Indonesia), in Thailandia, nelle isole Nicobare, nel lontano Sri Lanka. Una scossa netta: sulla costa indonesiana le case avevano tremato, ma il colpo si era sentito anche nella lontana Colombo (Sri Lanka), a Chennai (India). Nessuno però si era aspettato quel che doveva seguire, l'onda di tsunami. A Banda Aceh un fotografo stava cominciando a girare il filmino di una festa di matrimonio, in un ristorante del centro: gli è toccato invece filmare un fiume d'acqua fangosa che portava via veicoli e persone, corpi che tentavano di aggrapparsi ai pali della luce, a un balcone del secondo piano, a una mano tesa. Diffuso parecchi giorni più tardi, quel filmato testimonia della sorpresa. Più tardi l'onda si è abbattuta sugli ignari resort turistici della Thailandia, sui villaggi delle isole Nicobare e Andamane. Ha viaggiato due ore prima di travolgere le coste di Sri Lanka e quelle del Tamil nadu (India), parecchie migliaia di chilometri più lontano, e poi ancora le Maldive, e giù fino alle coste africane. Quella tragedia inattesa è stata raccontata a molte voci, nei giorni che seguirono il maremoto di Santo Stefano: molti hanno raccontato lo strano fenomeno del mare che si ritira per parecchie centinaia di metri, adulti e bambini incuriositi che avanzano sul fondale scoperto a guardare conchiglie e pesciolini, poi il mare che torna in forma di onda violenta, alta decine di metri. Altri hanno descritto l'onda che si abbatte improvvisa sulle case di un villaggio di pescatori, sommerge le case, e poi si ritira risucchiando con sé cose e persone con una forza irresistibile. Tutti hanno spiegato che il disastro si è consumato in pochi minuti. Nessun preavviso: solo allora il mondo si è chiesto perché nell'oceano indiano manchi un sistema di allarme tsunami. Così ieri sera, quando la terra ha tremato di nuovo, la paura è tornata. Le tv ci hanno mostrato di nuovo volti spauriti, folle ammassate un luoghi ritenuti più sicuri, lontano dalla costa. Nella notte l'allarme è rientrato: ma bisogna convincerne persone che non si sono ancora riprese - né in senso morale, né materiale - dalla prima tragedia. A Aceh, ad esempio, quasi metà della popolazione (il 44%) ha perso ciò di cui viveva: soprattutto le barche per pescare, le case, e poi negozi, i campi. Tre mesi dopo, ancora 400mila persone vivono in campi di sfollati . Proprio sabato il vicepresidente della repubblica indonesiana aveva reso noto il piano di ricostruzione nella provincia di Aceh, che sarà direttamente controllato dal governo indonesiano: Jakarta vuole limitare al minimo indispensabile l'intervento delle organizzazioni umanitarie internazionali. Per ricostruire case, strade, infrastrutture serviranno circa 4,5 miliardi di dollari, e l'Indonesia conta di coprire i costi con gli aiuti internazionali. In Thailandia molti hanno lasciato i campi per tornare alle proprie comunità, e i pescatori stavano proprio ricominciando a pescare, con barche ricomprate spesso grazie agli aiuti - mentre scoppiano qua e là conflitti per la terra, quella edificabile in tratti di costa adatti a espandere resort turistici: le cronache riferiscono di pezzi di costa recintati all'improvviso, con il favore del caos e delle distruzione, da palazzinari ben ammanicati.
A Sri Lanka il bilancio materiale dello tsunami include centomila case distrutte e il 65% della flotta peschiera spazzata via. Tre mesi dopo metà delle installazioni turistiche danneggiate è rimessa a posto (ma gli hotel della costa restano vuoti...), metà della linea ferroviaria costiera è tornata al normale. Ma rimettere in piedi l'economia della pesca richiederà più tempo: forse Sri Lanka è il paese che ha riportato il danno economico più grave, calcola che la ricostruzione costerà un miliardo e mezzo di dollari e quantifica le perdite in 4,4% del suo Pil. Sulle coste del Tamil Nadu (India), lo tsunami si è abbattuto soprattutto su un'economia di pesca. Qui si calcola che 40mila persone siano ancora in campi profughi, che 700 chilometri di strade siano da rifare, e che la ricostruzione richiederà parecchi mesi - e investimenti per oltre 800 milioni di dollari. Arriveranno, i soldi necessari? Un paio di settimane fa la Banca Asiatica di Sviluppo ha fatto notare che mancavano ancora 4 miliardi di dollari sui 5 miliardi promessi per la ricostruzione.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>